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ANTONIO DE FERRARIS, detto IL GALATEO

 

Antonio De Ferraris nacque a Galàtone (Lecce) nel 1448. Rimasto precocemente orfano del padre, fu allevato dalla madre e dalle sue quattro sorelle. La famiglia venne aiutata da uno zio materno, Virgilio De Magistris, che era abate nel cenobio greco-salentino di San Nicola di Pergoleto, appena fuori dell’abitato di Galatone.

[Nota storica: Nel XV secolo, Galàtone era ancora ellenofona e la popolazione seguiva i riti della liturgia greca che si svolgevano nella chiesa dell'Assunta (l'attuale Chiesa Matrice, edificata sullo stesso sito nel XVI secolo) e nelle chiesette di S. Lucia, S. Giacomo, S. Giovanni Evangelista, S. Nicola, S. Marco, S. Martino, S. Demetrio (oggi non più esistente, ma le cui rovine ancora si potevano scorgere nei primi decenni del XX secolo nella Piazzetta omonima, nel centro storico), S. Mauro, S. Salvatore, S. Biagio, Sant'Angelo della Salute, S. Maria Odegitria (queste ultime due chiese sono tuttora esistenti - la prima necessita di un urgente restauro conservativo; la seconda, restaurata negli anni Ottanta grazie all'opera di Don Sebastiano Fattizzo, viene attualmente utilizzata per le funzioni religiose). Una tradizione di colti grecisti e teologi dava lustro a Galatone e ne diffondeva il nome anche oltre il Salento. Fin dagli anni torbidi dello Scisma, Stefano De Magistris detto il Maestro perché aveva studiato teologia a Costantinopoli, e suo nipote Virgilio De Magistris, conosciuto dall'adolescente Galateo, Giorgio Latino ed altri De Ferraris, tra cui il nonno dell'umanista, nonché altri venerabili del clero di Galatone di obbedienza greca, poi nel XV secolo i Teodoro e i D'Alessandro, avevano lottato contro ogni tentativo di inquinamento, destabilizzazione e soppressione della liturgia greca. Respingendo vigorosamente prima le tesi dei frati mendicanti che demonizzavano l'uso del pane azzimo nella Comunione, e poi l'intervento dell'arcivescovo Filippo di Otranto che a nome di Bonifacio IX aveva tentato di correggere l'antica consuetudine della benedizione dell'acqua in occasione dell'Epifania riservata ai protopapi di Galatone, quindi davanti alla congregazione dei riti al tempo di Martino V (1417-1431), e nei concili di Ferrara e di Firenze (1434 – 1439), i colti ed agguerriti teologi galatei (da osservare che, ancora nel 2001, sono conservati a Galatone due codici liturgici in greco risalenti al medioevo) sostennero vittoriosamente il proprio diritto di servire Dio secondo la tradizione italo-greca e greco-salentina. Momenti di intensa vivacità conflittuale e di dispute cavillose sono ricordati dal De Ferraris, il quale sottolinea con orgoglio che il Sacro Collegio aveva accolto le richieste dei Greci di Galatone di non staccarsi dai riti dei Padri.
Quell'effimero successo locale, riportato negli anni del pontificato di Martino V, non aveva risolto il problema dei greci, ma aveva richiesto la convocazione del grande concilio di Firenze. La solenne assemblea aveva avuto l'occasione di ammirare le sottili argomentazioni di Niccolò Teodoro, oscuro protopapa di Galatone voluto al concilio dal Cardinale Bessarione. Succeduto, nel 1425, ad uno zio paterno nel governo della chiesa di Galatone, il Teodoro ne fu protopapa per venticinque anni, fino alla morte, avvenuta nel 1450. Coltissimo grecista e latinista ed acuto conoscitore delle Sacre Scritture e dei Padri della Chiesa, il Teodoro aveva studiato nel famoso ginnasio di Nardò, dove lo seguirà pure il Galateo. Nell'ambito della conflittualità religiosa che ebbe protagonisti i teologi Greci di Galatone, si collocano impegno e professione di fede di Pietro De Ferraris, il quale fu assassinato in Copertino "pro veritate et fide servanda". Benché Pietro sia stato vendicato da Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, la sua uccisione dovette costituire un evento dirompente nel tranquillo clima periferico salentino e di fatto dovette accelerare la dissolvenza delle antiche consuetudini liturgiche della comunità ellenofona di Galatone, la quale, dopo secoli di obbedienza a Costantinopoli, si faceva lentamente assimilare dalla Chiesa di Roma.]

Per volontà dello zio Virgilio De Magistris, il Galateo fu dunque avviato agli studi presso l’antico Ginnasio greco di Nardò, che all’epoca era l’istituzione educativa forse più rinomata del Salento. A Nardò lesse in originale i testi di Aristotele: a sedici anni aveva conseguito un’ottima preparazione in Filosofia, Medicina ed Etica. Ciò era possibile perché in Terra d’Otranto, così come nella zona sud della Calabria, si parlava ancora il greco a livello popolare e si officiava la liturgia greca. Successivamente, Antonio De Ferraris si trasferì a Napoli per completare la sua formazione nel campo della filosofia e della medicina.

Incontrato Girolamo del Castello, cattedratico a Ferrara, questi, che aveva intuito quale grande intelligenza fosse il De Ferraris, gli propose di sostenere la tesi di dottorato presso la sua scuola. La cosa lusingò non poco il giovane salentino, il quale, trasferitosi per un breve periodo a Ferrara, il 3 agosto 1474 ottenne l’agognata licenza per l’esercizio dell’arte medica. Tornò quindi a Napoli, ove vi soggiornò per un breve periodo, e poi si recò a Galatone. Qui sistemò il suo studio e praticò per un certo periodo, poi decise di tornare a Napoli. Ricevette diversi incarichi. Nel 1476, sollecitato dall’amico umanista Ermolao Barbaro, si recò a Venezia. Rimase molto colpito dalla città, soprattutto lo colpì il fatto ch’essa fosse custode gelosa della civiltà della Nuova Roma, Costantinopoli. Ciò la accomunava in qualche modo al suo Salento e gliela rendeva amabile oltremodo.

Non rimase, però, a vivere a Venezia. Nel Salento manteneva i suoi affetti: la madre, le sorelle, la donna che fu di lì a poco sua sposa, Maria Lubelli, dei baroni di Sanarica, con la quale convolò a nozze nel 1478. Da questa donna, il Galateo ebbe sei figli, che però nessuna cura ebbero dei libri lasciati dal genitore, favorendo la dispersione dei suoi manoscritti, che probabilmente non sarebbero giunti a noi se non ci fosse stato l’intervento del nipote Mariano De Magistris, figlio della sorella Vindrisina.

Spinto dalla sua professione, conobbe molti luoghi del Salento, che annotò in una specie di diario, che vide poi la luce sotto il titolo De Situ Japygiae. Già famoso in tutto in tutto il Salento, si stabilì a Lecce. Da lì, seguì le vicende di Otranto occupata dai Turchi (1480), e quelle di Gallipoli assediata dai Veneziani (1484), nelle cui mani cadde anche Nardò.

Nel 1491 fu chiamato a Napoli presso la corte aragonese. Ma con l’invasione di Carlo VIII, colpito da calunnie, maldicenze e diffamazioni, non volendo intraprendere una battaglia che reputava inutile, amareggiato, nel 1495 ritornò a Lecce, tra i familiari e gli amici umanisti. Nel 1496 scrisse il dialogo De Heremita, severa critica del mondo ecclesiastico del tempo. In quel periodo, si recò a Bari in visita di Isabella d’Aragona e là compose il Pater Noster, unica sua opera in volgare. Nel 1510, Napoli decide di riconciliarsi con l’illustre Umanista e gli offre la cittadinanza onoraria, coniando, peraltro, a ricordo dell’evento, una medaglia con impressa la sua immagine. In quello stesso anno viene ricevuto da Giulio II, a cui recò in dono una copia eseguita in Otranto della donazione di Costantino. Gli ultimi anni li trascorse fra Gallipoli e Lecce. Morì a Lecce il 12 novembre 1517 ed il suo corpo venne tumulato nella cappella di famiglia dedicata a Santa Vincenza nella chiesa della Madonna del Rosario.

Durante l’Umanesimo ed il Rinascimento, fu rivalutato l’apporto della cultura greca per la definizione del quadro dei valori dell’Europa. Nel Salento, tuttavia, già esisteva una civiltà greca a tutto tondo, che ispirava la propria vita da sempre ai valori che altrove si tentava di riportare in auge. L’intellettuale greco salentino è molto orgoglioso della sua lingua, della sua cultura, egli si sente idealmente l’erede della classicità e l’incarnazione di un grumo di valori di grandissima ed universale portata. Così il Galateo, che afferma che per lui essere greco è motivo d’orgoglio: "Graeci sumus et hoc nobis gloriae accedit", ed inoltre: "mio padre studiò le lettere greche e latine, mio nonno ed i miei antenati furono sacerdoti greci, quindi non ignorarono punto la cultura greca, la Sacra Scrittura e la Teologia e furono famosi non per le imprese militari, vale a dire per la violenza, per stragi e saccheggi, ma per la dirittura morale e l’integrità della loro vita".

Il fatto veramente rilevante è che per molti secoli dopo la fine del dominio dell’Impero Romano d’Oriente in Italia, il Salento rimase fedele alla cultura greca, avvertendola come sua propria.

Fino al concilio di Trento, vi fu nel Salento un’intensa attività monastica ed un fiorire prodigioso di una specifica applicazione delle lettere classiche, che continuò anche dopo la distruzione da parte dei Turchi, nel 1480, del monastero di San Nicola di Càsole.

Il Galateo va considerato l’espressione più alta di questa cultura intrisa in tutti i suoi elementi di Grecità. Il Galateo è un prodotto culturale assolutamente singolare nel panorama della cultura italiana, e tale sua unicità deriva anche dal fatto che le sue radici sono greche. Ma non fu l’unico: altri grandi umanisti nacquero nel Salento e si nutrirono della sua cultura, ed ebbero un registro non assimilabile a quello degli altri umanisti italiani.

 

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