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"GLOSSA – La Lingua Greca Del Salento"

di DOMENICANO TONDI

Edizioni Alberto Cressati, anno 1935

INTRODUZIONE

 

 

1. – Questo libriccino, che eventualmente potrebbe essere il primo di una piccola serie, non ha pretese artistiche né scientifiche; gli scopi che esso si propone sono:

a) fornire ai glottologi ed ai cultori di lettere greche, in saggi organici di corretto parlare greco-salentino, un sufficiente materiale di studio, specie dal punto di vista morfologico e sintattico, essendo stato già raccolto da altri il materiale lessicale;

b) fornire ai giovanetti di ginnasio dei paesi ellenofoni i primi rudimenti della lingua greca, per invogliarli a studiare con più amore la lingua dei classici e per affezionarli agli studi linguistici;

c) fornire agli altri giovanetti dei nostri paesi un libro di lettura ed una piccola grammatica elementare che consenta loro di acquistare senza sforzo le nozioni fondamentali della lingua greca, nelle sue forme salentine;

d) segnalare al Governo nazionale l’esistenza di questo rudere linguistico magnogreco per gli eventuali provvedimenti, sia che si desideri favorirne con opportuni mezzi la conservazione, sia che voglia curare una raccolta completa del materiale lessicale e letterario.

2. – Il dialetto da me adoperato è lo zollinese, ma ritoccato nella fonetica, arricchito nel lessico con elementi dei dialetti finitimi, con un moderato uso di derivati, con l’introduzione di alquanti grecismi di facile intelligenza, col rimettere in onore vocaboli caduti o che van cadendo in disuso, ma che si riscontrano nei nostri canti popolari o si odono ancora sulle labbra dei nostri longevi.

Quanto alla fonetica, nella quale soprattutto i dialetti si differenziano, ho scelto, delle diverse forme in uso nei vari comuni, quelle che più si accostano alle forme pure della lingua madre greca.

Non v’è dubbio che il dialetto, così adoperato, perda alquanto di spontaneità; in compenso, esso assume un certo carattere di comune lingua greco-salentina, con un lieve sapore arcaico che gli conferisce un po’ di sostenutezza e lo presenta nelle condizioni meno rovinose nelle quali probabilmente si trovava cento o centocinquant’anni fa.

3. – Molti dotti, italiani e stranieri, si sono occupati e si occupano dei dialetti greco-salentini; noi ne citeremo due soli, i più autorevoli, sostenitori di tesi opposte: il Morosi ed il Rohlfs. Il primo afferma l’origine bizantina (medievale) della lingua greco-salentina, il secondo ne sostiene l’origine magnogreca con sovrapposizioni posteriori bizantine.

Giuseppe Morosi pubblicò, circa settant’anni fa, la massima parte dei nostri canti popolari, qualche canto letterario di argomento religioso, e pochi saggi di prosa. Il lavoro, nel complesso è ottimo, è quanto di meglio si sia scritto finora; il vasto materiale è stato raccolto con cura e classificato con ordine. Esso è quasi tutto poetico, ed il materiale poetico popolare non basta a fornire un’idea precisa dell’intima struttura d’una lingua; soltanto la prosa, narrativa, descrittiva, dialogica, può rivelare in pieno i segreti del linguaggio.

I pochi saggi prosaici pubblicati dal Morosi sono assai povera cosa. Inoltre, la sua manifesta preoccupazione di cogliere il racconto dalla viva voce del popolo, per premunirsi da eventuali volontarie o involontarie alterazioni di qualche discepolo coadiutore, lo ha fatto incorrere in errori d’altra natura. L’umile contadino, invitato dal Professore a dettare il suo racconto, si trovò a disagio, si mise in soggezione, volle, a suo modo, toscaneggiare e … spropositò.

Il Morosi non riuscì a penetrare nello spirito del dialetto greco-salentino; si sente in lui il forestiero, ecco perché talune sue affermazioni sembrano profonde e sono superficiali; ecco perché, tratto in inganno dalle apparenze, egli negò in piena buona fede la continuità storica delle nostre tradizioni linguistiche, attribuendo l’origine dei nostri paesi ellenofoni esclusivamente alle immigrazioni bizantine dell’ottavo e del non secolo.

4. – Il carattere bizantino dei nostri dialetti traspare evidentissimo dal raffronto con la scarsa letteratura volgare ellenica del basso medioevo.

Si produsse in Grecia un fenomeno analogo a quello prodottosi in Italia e negli altri paesi latini, intuitivamente dovuto alle medesime cause.

Le prime affermazioni letterarie della lingua italiana si ebbero con la scuola siculo pugliese; ma le rime di Federico II e di Ciullo d’Alcamo sono già scritte con un volgare illustre, frutto di uno studio selettivo delle forme, assai più ricche, correnti sulla bocca del popolo.

Nell’alto medioevo, troppo vive e troppo vicine erano le tradizioni della civiltà classica, e troppo ecclesiastica e ristretta la cultura, perché si adoperasse nello scritto altra lingua, oltre quella della tradizione. Ecco perché noi abbiamo, per così dire, l’atto di battesimo della lingua italiana, ma non l’atto di nascita. Ed hanno, veramente, le lingue una data di nascita?

Anche in Grecia o, per essere più esatti, nei paesi greci del vasto Impero Romano d’Oriente, le prime manifestazioni in lingua volgare si ebbero ai tempi delle Crociate. Notevoli soprattutto, per la strettissima affinità linguistica coi dialetti greco-salentini, sono le "Assise del regno di Cipro e di Gerusalemme".

Senonché, mentre in Italia la definitiva caduta dell’Impero Romano d’Occidente, le invasioni barbariche, il regime feudale coi suoi nuovi costumi e coi suoi nuovi ideali, l’influenza provenzale col suo gaio sapere, favorirono lo sviluppo del volgare a tutto danno del tradizionale latino, in Oriente, il ristabilimento della teocrazia imperiale, dopo il breve e poco fortunato dominio franco (1204 – 1262), rimise in onore la lingua aulica, cioè la lingua antica, soffocando ai primi vagiti la nascente letteratura volgare. L’influenza della tradizione aulica fu tale e tanta, che tuttora coesistono in Grecia due tipi di lingua (Dimotikì e Katharevussa), con grave disagio del popolo, e di coloro che si danno allo studio del greco moderno.

Non si conoscono, fino ad oggi, documenti in greco volgare di molto anteriori a quelli sopra citati. Sono state rinvenute, è vero, in alcuni papiri, numerose lettere familiari, scritte fra il II ed il VII secolo d.C., interessantissime soprattutto perché, coi loro numerosi e grossolani errori di ortografia, consentono di stabilire l’effettiva pronuncia di talune vocali e dittonghi. Dal punto di vista che maggiormente ci interessa, il valore di questi documenti è modesto e, a mio parere, poco probativo. Anche la persona più incolta dei nostri tempi adopera, nello scrivere, la lingua standard, cadendo in frequenti idiotismi, ma non adopera il dialetto. Non v’è motivo di ritenere che le cose andassero diversamente in tempi in cui l’istruzione era meno diffusa e le lettere erano in gran parte vergate dagli scribi.

Sarebbe quindi un errore negare alla variante greco-salentina un’origine più antica, solo perché gli scarsi documenti dei secoli VI e VII rivelano un tipo di lingua assai più vicino all’antica di quanto dimostrino oggi i vernacoli greco-salentini.

5. – Di contro al Morosi, verso del quale ha espressioni di altissima stima, è il tedesco Gerhard Rohlfs. Il Rohlfs ha lavorato in profondità: giustamente egli ha intitolato i suoi studi: "Scavi Linguistici". Attraverso un minuzioso esame dei dialetti romanzi calabro-salentini, egli ha luminosamente dimostrato l’influenza lessicale e sintattica della lingua greca su di essi in zone ben determinate, il che attesterebbe il carattere preponderante del volgare greco, preponderanza che la tardiva e limitata immigrazione bizantina non giustificherebbe.

Certo, la continuità storica delle nostre tradizioni linguistiche appare, anche per altre ragioni, logica e naturale. L’influenza della cultura greca in Roma fu tale e tanta che, in tutto il periodo aureo dell’Impero, il greco fu la lingua di moda. Marco Aurelio scriveva in greco, e Quintiliano deplorava che la generalità dei maestri concedesse un assoluto predominio all’insegnamento del greco, pur riconoscendo che "bisogna cominciare con l’insegnare ai ragazzi il greco, perché il latino essi lo imparano anche senza volerlo".

Lo stesso Augusto si compiaceva d’intercalare qualche parola greca nelle sue argutissime lettere, per render meglio qualche sfumatura; Nerone, per le sue velleità d’artista, esentò dal pagamento delle imposte la Grecia, culla dell’arte.

La fusione della civiltà greca con la civiltà romana fu così intima e naturale che allora soltanto i Romani si proposero di latinizzare l’Oriente, quando necessità politiche li indussero, prima, a sdoppiare l’Impero – con Diocleziano, poi, a trasferire la capitale in Oriente – con Costantino.

Costantino era e si sentiva Latino; il trasferimento della capitale non implicava per lui alcun riconoscimento di superiorità del mondo greco; al contrario, egli s’illuse di latinizzare Bisanzio e l’Oriente. Bisanzio fu da lui denominata Nuova Roma (Neh Rwmh); il latino fu la lingua di corte; in latino venivano impartiti i comandi militari; la pubblica preghiera dei soldati era fatta in latino; in latino si espresse l’Imperatore nel famoso Concilio di Nicea, pur rivolgendosi a vescovi in massima parte greci.

Questo tentativo di latinizzare l’Oriente non poteva riuscire, e non riuscì. La storia insegna che, nel contatto della barbarie con la civiltà, la forza materiale del barbaro, anche se vittoriosa con le armi, cede alla superiore potenza dello spirito; nell’urto di due civiltà, le due civiltà resistono, e potrà esser questione di predominio, non mai di annientamento. Anche in questo caso, il predominio spirituale sarà esercitato non già dal popolo più forte, ma dal popolo più raffinato. La famosa espressione oraziana "Graecia capta ferum victorem coepit et artes intulit agresti Latio" ha valore universale: come dominò in Roma il fascino spirituale della soggetta Grecia, così dominò a Vienna il fascino spirituale della soggetta Italia; così domina oggi il mondo la forza spirituale della Romanità, indipendentemente dai contrasti per egemonie d’altra natura.

A queste considerazioni, un’altra è da aggiungere: la vitalità delle lingue. Vivono sparse nel nostro Mezzogiorno numerose colonie albanesi del secolo XV. Queste popolazioni allogene conservano tuttora lingua, usi, costumi, spesso anche i riti religiosi della vecchia patria. Né si è del tutto spento in esse il sentimento nazionale: strade e piazze dei loro comuni sono spesso intitolate ad eroi ed a luoghi d’Albania.

Eppure, queste popolazioni, da mezzo millennio, vivono lontane tra loro, senza contatti culturali con la madre patria, immediato quotidiano contatto con le popolazioni italiane limitrofe. Nelle stesse sfavorevoli condizioni di ambiente si trovano le comunità greche calabro-salentine, le quali, ad ammetter l’opinione del Morosi, conterebbero già oltre un millennio di vita. Questi elementi di fatto pongono in evidenza l’errore di coloro i quali, mentre sono costretti ad ammettere la vitalità delle lingue nelle condizioni più avverse, la negano nel periodo del loro splendore per… mancanza di documenti!

Torna qui opportuno rilevare che la grecità della penisola salentina viene affermata da Strabone; che, nella greca Taranto, Orazio e Virgilio, ellenisti di prima forza, amavano soggiornare; che, da Giustiniano (535) fino alla conquista normanna (1071), la penisola salentina fece parte dell’Impero Romano d’Oriente, con capitale Costantinopoli.

Ciò premesso, qual meraviglia che l’antico idioma dei Cretesi d’Idomeneo i quali, secondo la leggenda, popolarono la penisola salentina sovrapponendosi ai Messapi, abbia seguito la naturale evoluzione della lingua madre, successivamente accostandosi alla lingua dei tragici e degli storici, alla Koiné Glossa (Koinh Glwssa) del periodo ellenistico, al tipo bizantino del periodo postgiustinianeo?

Il flusso di nuove genti greche e greco-sicule che indubbiamente vi fu tra il VII ed il IX secolo, in conseguenza soprattutto delle persecuzioni iconoclaste e delle invasioni arabe, poté essere ben favorito dall’esistenza di lingua e costumanze greche nei nostri luoghi, per cui non sembrava ai profughi di abbandonare la patria ma di rifugiarsi in un angolo remoto e tranquillo di essa. L’obiezione che di gran parte degli attuali comuni ellenofoni si cominci a trovar menzione soltanto dopo il Mille non reggerebbe, giacché, in ogni caso, le immigrazioni furono di parecchio anteriori al Mille, e l’antichità di Soleto e di Sternatia è accertata. La tradizione vuole che Zollino fosse un casale di Soleto, e Martignano, di Sternatia; i caratteri fonetici dei rispettivi dialetti lo confermerebbero.

6. – Con l’avvento dei Normanni, cessò l’influenza politica di Bisanzio sulle nostre terre ma perdurò, sino alla fine del secolo XVII, il rito greco. Oltre a ciò, il dominio franco-veneziano in Oriente, la funzione dei porti salentini nelle spedizioni in Terrasanta, lo sviluppo della potenza di Venezia in terra di Levante, costituirono elementi favorevoli alla conservazione della lingua, se non al suo ulteriore sviluppo. Talché, come bene osserva il Lambikis in un recente pregevole studio, che meriterebbe d’esser conosciuto in Italia, il lessico familiare greco-salentino richiama ad un certo purismo Bizantino del secolo XIII, quale si può riscontrare a Cipro e nei paesi del Ponto. Il secolo XIII segna la fine del processo evolutivo dei vernacoli greco-salentini, i quali tuttavia conservano un complesso di elementi fonetici, morfologici e lessicali che ne costituiscono un gruppo a sé.

Citiamo, ad esempio: la pronuncia dei dittonghi AU ed EU, la persistenza dell’antico suono misto dell’ypsilon preceduto da gutturale; l’arcaicità delle voci Umme / Oumen (sì) e Denghe / Ouden Ge (no), mentre sono del tutto sconosciute le forme Nai (sì) ed Oci (no), le sole che risultino nei documenti dell’antico volgare neoellenico; le desinenze verbali medie –mestha / mesqa e –sestha / sesqa per il presente (p. es.: itoriomesta / hqwriomesqa / ci vediamo), -mosthon / mosqon e -sosthon / sosqon per l’imperfetto e per l’aoristo, il genitivo plurale in –os / wV, caratteristico dell’antico dialetto Cretese, ecc.

7. – Abbandonata a se stessa, senza più tradizioni né libri né scuole, la lingua si è deteriorata e depauperata: deteriorata nella pronuncia (forìome per fobìome, èrceros per èvceros, karcella per kavcella, ecc.), depauperata nel lessico, per la progressiva invadenza dell’italiano. Italiani sono, per necessità, tutti itermini della lingua moderna; gli stessi grecismi scientifici, come Telegrafo, Telefono, Fonografo e simili, sono da considerare come italianismi. Molti vocaboli, che ricorrono nei nostri vecchi canti popolari, oggi sono affatto scomparsi per far posto a vocaboli italiani, grecizzati nelle desinenze, spesso alterati nelle radici. Tali, ad esempio, kataghinoskeuo (condannare), kataguna (condanna), àxios (degno), dìkios (giusto), stèfanos (corona), exàfna (improvvisamente), ecc.

In altri casi, accanto al termine greco, sorge e si afferma l’italianismo grecizzato. Esempi: orizo ed ambièuo (inviare), viblìon e libros (libro); dàskalos e professuris (professore), ikona e figura (immagine), dexios e derittos (diritto, destro), dìkion e ragiuna (ragione), rodon e rosa (rosa), krinos e gilios (giglio), ecc.

Non è raro il caso in cui, pur essendovi il termine greco d’uso comune, il popolo ricorra al vocabolo italiano, senza nemmeno grecizzarlo.

Si sente dire, ad esempio, irthe la morte, invece di irthe o charo (= venne la morte); non si dice mai: irthe i morti. Così ancora, nessuno ignora le forme greche di saluto: Kalimera, Kalispera, Kalinifta; ma ormai non si saluta che in italiano.

Oltre a ciò, la conoscenza della lingua greco-salentina varia secondo l’occupazione di chi lo parla: la donna, casalinga, lo conosce, in genere, meglio dell’uomo, distratto da maggiori contatti con elementi non ellenofoni; il contadino, meglio dell’operaio; l’operaio, meglio dello studente. Si aggiungano i matrimoni misti, per cui il coniuge forestiere finisce spesso con apprendere il vernacolo, ma lo apprende poco e male, e sopperisce con italianismi alle sue scarse cognizioni.

Tutto ciò fa ritenere al frettoloso visitatore che i nostri vernacoli greci si trovino in uno stato di completa rovina, il che non è vero. Essi si trovano soltanto in uno stato di abbandono, ed il Regime potrebbe agevolmente restaurarli.

La vecchia terra salentina, in questo rifiorire di Romanità sotto i simboli del Littorio, offre a Roma Madre, perché ne abbia cura, un rudere vivente, il tronco della vecchia pianta onde elle trasse il cantore della sua più grande vittoria. "Nos sumu’ Romani, qui fuvimus ante Rhudini".

8. – In mancanza di scuole, la lingua greco-salentina si suole scrivere secondo le regole della lingua italiana. Data l’indole del libro, noi faremo altrettanto, ma con qualche temperamento, che consenta di rappresentare, per quanto possibile, l’originaria ortografia del vocabolo.

Si troveranno perciò differenziati nel libro i suoni ps, vs, x, i quali da noi si sono fusi, con esclusione dei primi due a Sternatia, Martignano e Corigliano d’Otranto, e del terzo negli altri paesi. Scriveremo quindi: psichì, éklavsa, xero, sebbene a Sternatia si dica: xichì, èklaxa, ed a Zollino: fsero o psero.

Si è introdotto il gruppo th, che suona di regola t, ma che, tra due vocali, si è trasformato quasi sempre in "s", tranne a Sternatia e a Martignano, dove ha conservato il suono dentale (t, d).

L’adozione del "th" non soltanto offre al lettore la possibilità di applicare, volendo, la propria pronuncia particolare, ma giova altresì a precisare l’etimologia del vocabolo, ad indicarne la corretta pronuncia (s con la lingua fra i denti), e soprattutto a differenziare nella scrittura talune forme verbali mediopassive divenute omofone ad altre forme attive per l’alterazione del "th" in "s". Scriveremo perciò: krithari, lithari, alìthia, endithi, ghennithi, che suonano a Sternatia: kritari, litari, alìtia, enditi, ghenniti, ed a Zollino: krisari, lisari, alìsia, endisi, ghennisi.

Altra innovazione ortografica importante riguarda le consonanti finali "n, s", le quali si pronunciano soltanto per legamento (la liaison), come in francese. Il legamento è puro se la consonante finale conserva il proprio suono alfabetico, impuro se lo assimila alla consonante seguente. La finale "n" ammette il legamento puro davanti a vocale ed alle consonanti medie (b, d, g, v); la finale "s" lo ammette più spesso, e cioè, quando possa formar gruppo con le lettere seguenti. Noi indicheremo la finale "n" nei legamenti puri ed impuri, e spesso anche se muta, allo scopo di identificare qualche forma nominale e verbale; indicheremo la finale "s" soltanto nei legamenti puri, limitandoci negli altri casi ad accennarne l’esistenza con l’apostrofo. Così, ad esempio, grafi’ sta per grafis (tu scrivi), per distinguerlo da grafi (egli scrive).

Nota Bene: * La caduta delle consonanti finali è un fenomeno molto antico, e si riscontra anche nel latino arcaico. Nel latino volgare, il fenomeno fu più frequente, e con ciò si spiega la definitiva scomparsa delle consonanti finali nella lingua italiana; nel latino dotto, si riscontra soltanto nell'antica poesia, per esigenze metriche, quando la lingua latina non era ancora abbastanza attrezzata per superare le nuove difficoltà derivanti dall'introduzione della metrica greca. Pertanto, il fenomeno si nota soprattutto in Quinto Ennio, al quale si deve l'introduzione dell'esametro nella letteratura latina.

Ecco alcuni esempi:

"Nos sumu' Romani, qui fuvimus ante Rhudini.

Aspicite, o cives, senis Enni imagini' formam.

Hic vestrum panxit maxima facta patrum.

Nemo me lacrumis decoret, neque funera fletu

Faxit. Cur? Volito vivu' per ora virum".

È chiaro che la differenza tra la lingua volgare (sermo rusticus) e la lingua dotta (sermo nobilis) non si limita al lessico, ma si estende alla morfologia e, più ancora, alla sintassi. Quanto alla morfologia, la persona dotta, dopo averne ricavate le leggi con lo studio della lingua viva, vi si conforma strettamente; né può dirsi, per questo, che il suo linguaggio non sia naturale. Anche oggi, il popolo greco trascura spesso la finale S, spessissimo la finale N. Tuttavia, per rendere l'espressione italiana "per filo e per segno" adopera la graziosa e significativa locuzione "me to Ni kai me to Sigma".

Certo, una persona incolta dei nostri luoghi, la quale, senza saper di grammatica, opera correttamente i legamenti, incorrerebbe necessariamente in errori, se si piccasse di parlar grammaticalmente.

Ciò posto, qualora si volesse imprimere al vernacolo greco-salentino una severa impronta letteraria, si dovrebbero indicare e pronunciare tutte le consonanti finali. Né, con ciò, il vernacolo verrebbe snaturato; acquisterebbe anzi, il suo vero aspetto, essendo ancora abbastanza diffuso l'uso delle consonanti finali, perché la grammatica debba o possa rinunciare alla propria azione conservatrice. In poesia, la cosa non sempre sarebbe possibile, per le esigenze della rima.

In prosa, e specialmente in una trattazione elevata, la cosa andrebbe benissimo, come si potrà rilevare dai brevi saggi di prosa liturgica. In essi, lo studioso avrà la possibilità di osservare, e di apprezzare, la nostra morfologia: i miei compaesani, ed in particolare quelli che conoscono un po' di greco antico, impareranno, forse, a stimare un po' più la lingua materna. *

La crasi, comunissima, ma con fenomeni alquanto diversi dall'antico, viene indicata con la dieresi, la quale, in mancanza d'altro accento, ha anche valore di accento tonico.

Quanto agli accenti, le parole non accentate si leggono piane; sulle tronche adoperiamo il grave o il circonflesso, secondo l'ortografia classica.

Nel breve glossario sono compresi i grecismi, contrassegnati con asterisco, le parole rare, quelle che hanno cambiato significato, ed infine quelle che, greche o italiane, per le alterazioni subite, si presentino di meno facile identificazione. Di queste metatesi, di qualche scambio o elisione o aggiunta di vocali o di consonanti, non è il caso di preoccuparsi, perché lo studioso, con l'aiuto della traduzione, farà da sé.

Ho ritenuto, invece, opportuno premettere ai saggi alcune brevi nozioni grammaticali, per offrire agli studiosi una succinta idea della struttura della nostra lingua, ed alla popolazione greco-salentina, e soprattutto ai giovani studenti che non san di greco, i primi rudimenti della loro lingua, per invogliarli ad approfondire le proprie cognizioni. Ne è venuta fuori una piccola grammatica elementare sui generis, nella quale mi sono sforzato di esporre, in forma facile e piana, le leggi fondamentali della lingua greca, prendendo a base le forme tipiche del dialetto zollinese. La fatica sarebbe stata più lieve e la trattazione più esatta se avessi potuto far uso dell'alfabeto e dell'ortografia greca; ma, se ciò avessi fatto, sarebbero venuti meno in gran parte gli scopi del libro.

9. – Ed ora, per finire, poche parole intorno ai saggi prosastici e poetici. Scriver versi non significa essere o atteggiarsi a poeti; raccontare in forma tenera o vivace, secondo i casi, qualche innocente vicenda della propria infanzia o qualche ingenua e diffusa storiella popolare, dove si celia coi Santi, ma in guisa da non lasciar dubbio sulla nostra venerazione per essi, non significa essere o atteggiarsi a scrittori. Prose e versi hanno, in genere, carattere folcloristico; rispecchiano i gusti e i sentimenti del nostro popolo. Perciò, di molte mie poesiole, in gran parte giovanili, ho dato la traduzione anche in versi italiani. Il nostro popolo ama poetare in greco ed in italiano.

Perciò ancora, nelle versioni dall'italiano e da lingue straniere, mi sono concesso delle libertà; perché, se è vero che la lettera uccide lo spirito, tanto più ciò è vero quando pensieri ed affetti elevatissimi, espressi in una lingua perfetta, debbano rendersi intelligibili e graditi a popolazioni rustiche "con la lingua che sa dire mamma e babbo".

Per gli studiosi, l'interesse del libro non può e non deve ricercarsi nel valore artistico del suo contenuto; ad essi il libro consente di formarsi un concetto preciso dello stato di conservazione della nostra lingua (glossa) e di giudicare sulla conseguente opportunità di favorirne la conservazione.


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