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Filippo Violi – Direttore scientifico IRSSEC

I confini attuali della Grecità Calabrese

 

L'isola ellenofona della Calabria si estende oggi lungo la vallata dell'Amendolea, del torrente Siderone e del San Pasquale in provincia di Reggio Calabria. Dominati dal versante sud dell'Aspromonte e solcati da contrafforti e burroni, i paesi grecanici sono posti a quasi 15 chilometri dalla costa, generalmente tutti su monti una volta inaccessibili. Né possiamo ammettere che oggi sia cambiato molto. Infatti, all'interno dei ristretti confini della Calabria continuano a vivere, ancor più emarginati, questi ultimi testimoni di una civiltà che era stata grande e che non intendeva assolutamente rinunciare alla propria identità dopo aver pagato un così duro prezzo per la propria esistenza. Bova, Roghudi, Chorìo di Roghudi, Gallicianò, Roccaforte, e in più i nuovi insediamenti migratori di Condofuri, Bova Marina, San Giorgio Extra, Modena, Arangea e Sbarre a Reggio Calabria, Melito Porto Salvo – dove è tornata a rivivere la nuova Roghudi, segnano i confini attuali della grecità odierna, ridotta a un estremo limite di resistenza culturale. Sono limiti che i Greci di Calabria si ostinano a considerare appartenenti a quel clima odoroso della grecità antica di cui, fino a qualche secolo fa, ne respirava l'aria la maggior parte dei paesi dell'attuale provincia reggina. Ma sono limiti sempre più sparenti, in zone in cui la lingua grecanica sta ormai recitando l'ultimo atto della sua esistenza. Il dissesto idro-geologico e la marginalità territoriale, la forte emigrazione, l'incomprensione umana che non ha reso completamente realizzabile l’opera delle amministrazioni ed una natura ostile hanno giocato un ruolo fondamentale nel genocidio bianco degli ultimi Greci di Calabria.

Roghudi (Righùdi), Ghorìo di Roghudi (Chorìo tu Richudìu)

A 627 metri sul livello del mare, messo quasi di guardia nel mezzo del torrente Amendolea, circondato da monti impenetrabili, continua a resistere all'ingiuria dei tempi il vecchio abitato di Roghudi. Non v'è traccia di terreni pianeggianti nel suo territorio, ma un susseguirsi di monti e di dirupi. Adagiato sul crinale di una collina che precipita verso il fondovalle, smarrito nella notte dei tempi, Roghudi e il suo Chorìo hanno conosciuto la sola possibilità economica che i luoghi permettevano, quella stessa che avevano trovato i loro antenati al tempo dei primi insediamenti: la pastorizia. E così è stato fino al giorno in cui la natura e l'uomo non hanno deciso di trascinare a valle quest'altra oasi linguistica. Era il 1971. Il paese oggi è raggiungibile attraverso una poco agevole strada provinciale che da Melito Porto Salvo sale fino a Roccaforte per poi scendere a Roghudi e risalire ancora verso il suo Chorìo. E’ raggiungibile pure da Bova con una lunga teoria di curve che dai Campi di Bova scende verso il paese. Salendo verso i campi di Bova sono visibili a quattro chilometri di distanza da Chorìo di Roghudi due formazioni geologiche naturali che sembrano voler stare a guardia dell’intera vallata di questo vecchio paese grecanico: Ta vrastarùcia (le caldaie del latte) e I Ròcca tu Dràgu (la Rocca del Drago). Oggi la nuova Roghudi vive nei pressi di Melito P.S. ma i suoi abitanti sono sparsi da tempo a Bova Marina, Melito P.S., Reggio. La sua data di nascita sembra legarsi a quella di Amendolea, o poco dopo, di cui fu pagus (casale) ed ha condiviso la storia e le vicissitudini di questa terra e degli altri paesi ellenofoni che gravitano nella vallata dell'Amendolea. Il paese conserva ancora in parte la parlata originaria, soprattutto negli anziani che hanno però rinunciato da tempo a praticarla nell’uso quotidiano, per cui essa è destinata fatalmente a scomparire in considerazione pure della profonda diaspora che ha colpito i due paesi. Il suo territorio confina con quello più esteso di Condofuri; i suoi abitanti, compreso la frazione di Ghorìo, hanno superato le 2200 unità avendo subito un forte incremento demografico dopo il trasferimento, con notevole freno all’emigrazione per via delle nuove condizioni più favorevoli all’occupazione e allo sviluppo socio-economico. Altamente positivo è stato inoltre l’inserimento dei roghudesi nelle comunità dove si sono trasferiti. In alcuni comuni (Arengea di Reggio Calabria, Bova Marina, Melito P.S.), per opera loro, sono sorti infatti interi quartieri abitati appunto dalla comunità ellenofona roghudese.

Condofuri, Gallicianò, Amendolea

Prima del 1806 il paese di Condofuri era un pagus di Amendolea. Oggi esso comprende le frazioni di Gallicianò, di Condofuri Marina, di San Carlo e di Amendolea. La tradizione vuole che il paese discendesse dagli abitanti di Gallicianò attraverso successive immigrazioni, ma non sembra che la gente dei due paesi abbia i caratteri della stessa razza. Resta però da segnalare che nella relazione ad limina del vescovo Mons. Morabito (12.11.1754) si legge che la chiesa di Condofuri non aveva un parroco perchè, essendo una "non antica colonia" di Gallicianò il villaggio era sottomesso appunto al parroco di quel paese. Comunque sia la storia di questi luoghi si assomiglia tutta e così pure il destino che li domina. In terre votate alla pastorizia e all'agricoltura, gli abitanti di Condofuri, Gallicianò e Amendolea vivevano sollecitati dalla fame e dai bisogni più naturali. L'inaccessibilità dei luoghi, la mancanza di strade, le scarse risorse e l'indigenza economica arrivarono a spingere il sindaco di Amendolea - da cui dipendevano i due villaggi di Gallicianò e Condofuri - a deliberare nel 1801 che le foreste di querce della SS. Annunziata dell'Amendolea non dovevano essere vendute poichè le ghiande servivano per il "pane comune" degli amministrati! Gallicianò fu probabilmente fondato dalla gente di Amendolea, trasferitesi in luoghi più inaccessibili in tempi incerti. I gallicianesi sono un popolo tipico di pastori, amanti del canto, del ballo e della loro lingua: la lingua greca. Il paese, tormentato da una natura prepotente e dalla secolare prepotenza di governanti che non si sono neppure ricordati di costruirvi una strada, ha vissuto a lungo isolato e senza storia in questa plaga dell'Amendolea. Qualcuno ha pensato bene di vedere nei gallicianesi gli eredi di quelle popolazioni immigrate in queste luoghi a viva forza sotto le direttive di un tabellario dal nome Callicum o Gallicum, da cui poi si sarebbe originato il nome del paese. Comunque sia questo millenario paese, vecchio e fragile, ancora oggi oasi della grecità calabra, ha continuato a resistere attaccato alla montagna e alla propria identità culturale ed etnica. Ormai in verità non rimangono che pochi abitanti che hanno comunque sentito bene il bisogno di fondare una Associazione ellenofona che grandi meriti ha nella sua attività a difesa della lingua: I Cumelca. Ragioni pratiche e di vivibilità hanno spinto la sua popolazione ancora una volta ad emigrare verso Reggio e Condofuri. Il paese è raggiungibile partendo da Condofuri Marina verso Condofuri Superiore per poi inoltrarsi in una strada poco agevole che scorre per 7 chilometri fino a Gallicianò. Attualmente conta circa 400 abitanti. La popolazione dell'intero paese (Condofuri San Carlo, Amendolea e Gallicianò) si aggira intorno alle 6000 unità.

Roccaforte del Greco, Ghorìo di Roccaforte

Posto su un monte alto 935 metri, Roccaforte del Greco fu detto anticamente Vunì (monte). Successivamente il suo nome fu mutato in La Rocca al tempo in cui era casale di Amendolea, per poi assumere definitivamente il nome attuale. La sua storia si confonde con quella del suo paese di origine, ma non abbiamo tracce della sua esistenza ancora nel XV secolo. Insieme a Roghudi e Gallicianò compare citato nelle opere del Barrio, del Fiore e del Marafioti all'inizio del secolo XVI. Come per Gallicianò e Roghudi, si suppone che la sua popolazione sia derivata dalle file di quella gente greca che fu deportata in massa in questi luoghi per ingrossare le scarse risorse demografiche di questi paesi. Si sa che tutta questa plaga dell'Amendolea era certamente fortificata, sia perché era una via obbligata di transito tra Locri e Reggio, sia perché serviva da difesa a Bova, estremo limite ovest di Locri. La popolazione di Roccaforte del Greco, fino a qualche decennio fa interamente di lingua greca, oggi parla raramente la lingua ellenica, anzi si può dire che a Roccaforte il linguaggio greco è ormai quasi spento del tutto. Non migliori, sia dal punto di vista linguistico che economico, sono le condizioni nel piccolo centro di Ghorìo di Roccaforte, posto lungo la strada che degrada verso Roghudi. Nelle vicinanze di Chorio di Roccaforte c’è ancora da ammirare la chiesetta bizantina della famiglia Tripepi eretta intorno alla seconda metà del 1700. Gli abitanti di Roccaforte e del suo Ghorìo oggi raggiungono le 2000 unità. I due paesi sono collegati alla strada costiera attraverso una provinciale che da Melito P.S. sale per 30 chilometri a Roccaforte.

Bova (Vùa)

La storia ha oggi dimenticato Bova e forse Bova ha dimenticato la sua storia. Il paese continua a resistere legato alla sua rocca con gli ultimi "frammenti" di una popolazione ormai agli sgoccioli. Quasi tutti gli abitanti si sono riversati sulla marina in una forzata emigrazione di ritorno. Il paese è raggiungibile dalla provinciale che parte da Bova Marina e si snoda per 14 chilometri fino a Bova. Resistono ancora antiche vestigia del suo passato: le tante chiese, parte delle sue mura e del suo castello, "l’orma della regina", il palazzo Nesci, il cadente vescovato. Tra tutti i paesi ellenofoni è certamente il meglio conservato, il più accessibile e il più aperto alle manifestazioni culturali legate alle radici culturali. Presenti sul territorio una delle più meritevoli associazioni ellenofone "Apodiafàzi", fondata e diretto, fino a poco tempo fa, dal poeta contadino Bruno Casile, e "I Chòra" di cui fanno parte un volentoroso gruppo di giovani legati alla cultura grecanica. Oggi le varie amministrazioni comunali hanno creato un ottimo museo dell’arte contadina e pastorale e un museo di Paleontologia, e stanno cercando in tutti i modi di far rinascere il paese che fu la Chòra (la capitale) per antonomasia dei Greci di Calabria. Piccolo, pulito, civettuolo a volte, Bova non smentisce la sua origine, né nell’aspetto, né nei suoi abitanti. Sulla cronotassi dei suoi vescovi si sono avvicendati vari autori ma ancora permangono dubbi sulla data esatta in cui la chiesa vescovile di Bova sia sorta. Il Gams inizia la serie regolare dei vescovi bovesi con Blasius, morto nel 1341 ed eletto nel 1313. Ma non vi sono dubbi ormai che già nel 1094 fosse stato presente in paese Luca, umile "vescovo di Bova", come egli stesso si era definito nel suo testamento spirituale. Qualcuno ha voluto inverare la presenza dei vescovi a Bova a partire dal I sec. d.C, con Suera, e, successivamente con altri vescovi presenti nel 434 e nel 498. Comunque sia, pur rispettando tutte le opinioni, diamo per scontato il periodo riferibile a San Luca.

Bova Marina (Jalò tu Vùa)

Posta sulla statale tra Capo Chrisafi (san Giovanni D’Avalos) e l’Amendolea, Bova Marina confonde la sua storia con quella di Bova dalla cui municipalità è stata fondata. Si è costituita in entità autonoma nel 1908. Prima ancora essa era rifugio di pescatori e di alcuni coloni bovesi che si erano trasferiti per comodità in marina. Francesco Nucera in Rovine di Calabria, erroneamente, dice che in questi luoghi non si ha motivo di credere che vi potessero essere degli insediamenti. Oggi sappiamo con certezza che nella sua frazione, San Pasquale, vi erano molti insediamenti, sovrappostisi nel corso dei secoli: 1. Scyllaca; 2. un insediamento ebraico, non altrimenti conosciuto a livello di nome ma conosciuto a livello archeologico; 3. Delia; 4. Panaghìa. E’ di qualche decennio ormai il ritrovamento del mosaico di una sinagoga ebraica del IV sec. d.Cr. Il paese negli ultimi trent’anni è cresciuto in maniera notevole anche per la presenza di alcune popolazioni interne qui emigrate. Bova Marina è al centro di ogni attività culturale, sia grecanica che in generale, e negli ultimi anni si è posta all’attenzione per la presenza in loco delle Associazioni culturali presenti nel territorio, soprattutto l’Ismìa Grecànika "Jalò tu Vùa", fondata nel 1970, l’UTE-TL e la Coop. artigianale grecanica "To Argalìo" (il telaio). Presenti pure alcuni gruppi di canto, ballo e di ricerca tradizionale greco-calabra: Eurito, Delia, Megàli Ellàda. Il Seminario vescovile, sorto nel 1835 per opera di Mons. Rozzolino, è ormai abbandonato e sugli stessi luoghi nascerà il centro AISM. E’ stata invece restaurata la Chiesa madre dell’Immacolata, iniziata da Mons. Dalmazio D’Andrea e condotta a termine nel 1879 da Fra’ Longobardi. Nel 1962 è stata posta su Capo Chrisafi, dove ancora resiste la cappella dei Marzano e i resti di una torre di guardia, una statua bronzea dedicata alla Madonna del Mare. Qui, in tempi non molto lontani, la gente di Bova era solita scendere in pellegrinaggio per le feste pagane che vi venivano tenute.


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