IL PASSATO SI RISPECCHIA NEL PRESENTE

di Evangelos Alexandris

Questa pubblicazione è il risultato di una ricerca spontanea, nata sotto la spinta emotiva di leggere e comprendere il passato nel presente, le storie raccontate, scritte, conservate nelle varie fonti, nei cimeli e nei reperti archeologici, per riconoscere le proprie origini, ricostruire il filone di sangue, ma soprattutto di cultura. E’ un piacevole "excursus" dal taglio giornalistico, nei luoghi natali dei miei antenati (dalla linea materna) accompagnato con un pizzico di sana curiosità, lungo i percorsi da loro intrapresi e testimoniati. Questa la vera sfida, è il motivo entusiasmante che rende leggero il cammino della raccolta e fa di questo raro volumetto un esempio di indagine amatoriale e divulgativa sulla mitica, gloriosa e indomabile Kynurìa, la Tsaconià, terra dionisiaca con spirito apollonio, senza velleità accademiche, certamente, ma non per questo vaga o superflua.

L’espressione bilingue, greco e italiano, non è certo casuale. Grecia e Magna Grecia (Italia del sud e Sicilia), sono i fortunati eredi della civiltà qui spuntata, "scolpita sui sassi", determinando la loro storia, la cultura e la stessa lingua, greco e italiano moderno. Infatti, percorrendole a ritroso riscopriamo con stupore le nostre origini remote, ancora vive in noi. Non mancano le sorprese, come alcune ipotesi veramente inedite ed entusiasmanti, pubblicate nella presente, pronte a ravvivarci la curiosità, la madre di tutti i sensi. Buona lettura.

PRESENTAZIONE

L’autore è discendente degli "ANDRUZZI" [Andruzzos da andròs=uomo, virile, coraggioso, insieme al diminutivo dialettale locale (-azzi) -uzzo] famiglia tradizionale di pastori, abitanti la zona montana dell’Arcadia meridionale (attuale monte Parnon) e Laconia settentrionale (valle di Sparta). Come spiegherò in seguito, una migliore definizione del confine non è possibile, sia per ragioni di mobilità sul territorio (transumanza) che per mobilità storica dei confini stessi tra le due regioni.

Le mie prime memorie dei luoghi risalgono all’infanzia. In compagnia di mia madre spesso trascorrevo i periodi di vacanza alternativamente tra Chios, isola dell’Egeo delle origini paterne e Leonidio (=città dell’eroe Leonida, Re di Sparta), natale materna che dista poco più di 200 chilometri da Atene e Pireo, ed è cittadina con meno di 4000 anime. Sita tra le sponde di un torrente, l’antico fiume DAFNON (da dafne=alloro, la pianta aromatica usata anche come forte simbologia fin dai tempi arcaici), in una stretta conca circondata da montagne alte e ripidissime, che, a circa 4 chilometri a est, finiscono sul delta del mare, ed è impreziosita da una spiaggia lunga 3-4 chilometri di sabbia e ghiaia, dove giace un caratteristico porticciolo, Plaka. La particolarità morfologica del posto (alta montagna, conca e mare) crea condizioni microclimatiche eccezionalmente favorevoli. Spesso visitavamo il Monastero di Elona, a 15 chilometri da Leonidio, e da lì PLATANAKI (=piccolo platano), dove esistono le case paterne degli Andruzzi. Il villaggio montano, si trova a circa 1100 m di altitudine, sul versante est dello spartiacque Monte Parnon, nei pressi di una fonte abbondante e cristallina, visibile da lontano per la presenza di enormi platani. Era il centro estivo di pastori - nomadi, che l’inverno si spostavano nei campi bassi della costa, alcuni verso est (pianura di Leonidio) attuale Arcadia, altri verso sud nella pianura ben più capiente di Sparta (attuale Laconia).

E’ difficile attribuire ad una delle due regioni la collocazione geografica della Tsaconià. Cercherò invece di dimostrare che è del tutto autonoma e appartiene storicamente solo a se stessa!

I miei nonni parlavano il dialetto detto "Tsaconico", del quale ricordo alcune parole proferite da mia madre: io = acqua (antico dorico: idor), ande = pane (a.d.: arto, di cui anche andùzzi = panino), vannì = agnello (a.d.: hamnìon, di cui anche vannùzzi = agnellino)... La zona è nota con il nome dialettale Tsaconià che significa Laconia in dialetto locale, oppure ‘Exo Laconia, fuori - Laconia, zona esterna alla Laconia, indipendente.

La particolarità più interessante del posto, è data dalla condizione di relativo isolamento sociale e culturale vissuto dalla stirpe autoctona lungo molti millenni, in virtù delle avversità geomorfologiche che rendono problematici i trasporti via terra, ma altrettanto tutelano dalle violente omologazioni (invasioni) o pacifiche convivenze (immigrazioni). Inoltre, significativa è l’assenza di grandi centri urbani che renderebbero necessari il commercio razionale e di conseguenza la navigazione organizzata e la contaminazione con altre società.

Tutto ciò ha permesso la conservazione di una razza e di una cultura, tuttora vive testimonianze tra la gente, negli usi e costumi, che portano direttamente ad un passato remoto, e raccontano nitidamente una storia umana di molte decine di secoli!

Al parlato-volgare nel greco moderno, è riservato un posto d’onore agli Tsaconi. Il verbo "tsa-conomai" (= io litigo), anche se spesso è frainteso dai profani, attribuisce una precisa collocazione geografica alla fierezza competitiva, sottolinea meritatamente il comportamento tipico dello Tsacone, che pur affabile, cordiale e generoso, se insidiato, diventa fiero, cocciuto, rissoso, irriducibile e indomabile. Per un fazzoletto di terra difficilmente individuabile sulla mappa mondiale, come è la Grecia, da sempre crocevia del mondo e perciò perenne e ambita terra di conquista, questa piccola isola montana, è un importante, sorprendentemente ricco serbatoio culturale e di valori umani, tutti da riscoprire. Per una nazione dal passato glorioso come è la Grecia, che cambia oggi a gran velocità il suo volto a causa dell’appiattimento culturale dell’era dei mass-media, questa tradizione di Tsaconià può offrirci veramente molto. La storia insegna.

Tsaconià: identità territoriale

Il territorio chiamato KYNURÌA è Provincia amministrativa della Grecia, oggi appartenente alla Regione di Arcadia. Si estende da nord a sud, sul versante est del Monte Parnon (alt. 1935 m), verso il mare Egeo (golfo di Argolide), mentre confina via terra con la Regione di Argolide a nord, e Laconia ad ovest e sud.

La Tsaconià è circa la metà della Provincia a sud, con le punte di Megàli Tùrla (alt. 1935 m), Oriònte (alt. 1191), Balasinìtsa (alt. 1087) e penisola di Panìtsa come confini naturali verso nord. Comprende tra gli insediamenti più noti Tiròs, Paliochòra, Prastòs, Paliochòri, Cosmàs, Marì, Peletà, Pùlithra, con capoluogo Leonìdio.

Il suolo è montano con la sola eccezione del fertilissimo burrone di Leonidio, scavato e formato dai detriti argillosi (delta) depositati dal fiume Dafnon, lungo 24 chilometri. Dal massiccio di Parnon le montagne sono orientate verso est e scendono a picco sul mare lungo tutta la costa, formando innumerevoli e profonde insenature e lunghi promontori. Forse grazie a questa morfologia della costa è dovuto il nome della Provincia: Kynourìa dall’antico greco kyn-ourà (testualmente cane - coda, cioè terra a forma di coda di cane). Da considerare anche le credenze sul kyn = Ades, dio della morte, qui da sempre venerato in varie forme e personificazioni ctonie: MALEATAS - MALEAS - PYTHEO - DIONYSOS - DIOSCURI - ATENA - DEMETRA fino ad assumere capacità terapeutiche: ASCLIPIOS. (Ricordiamoci più avanti dei tre nomi in grassetto). E’ certo e ampiamente documentato che, almeno dal Paleolitico in poi, il territorio è stato da sempre abitato. Prime testimonianze storiche invece sono:

*ERODOTO VIII.73: "Abitavano nel Peloponneso sette popoli. Da questi due sono autoctoni, abitando fin dall’inizio il luogo, gli Arcadi e i Cinuri... i quali pur essendo indigeni credevano di essere discendenti di Ioni, successivamente imparentati con i Dori di Argos (età Micenea, circa XX sec. a.C.) e con il tempo divenuti alcuni montani (indipendenti) e alcuni perioikoi (concittadini - autonomi)".

La storia comincia da qui

Dall’Argolide comincia la nostra storia. Si sa che alcuni pescatori del IX millennio a.C. partiti dalla grotta di Franchthì in cerca di tonni, hanno raggiunto fortunosamente l’isola di Milo nell’Egeo centrale. Qui scoprono l’ossidiana, il prezioso minerale di origine vulcanica, idoneo per la fabbricazione dei primi microutensili da taglio, che riportano in Argolide. Queste prime attraversate marine per l’approvvigionamento e successivamente il commercio del minerale, oltre la pesca d’altura, diviene di fatto il motore del processo di acculturazione dei popoli affacciati sull’Egeo.

Si ha certezza dell’arrivo dell’ossidiana in Macedonia e Creta, in Asia Minore e isole dell’Ionio fin dal VII millennio a.C., contatto proseguito costantemente fino alla età del Bronzo, II millennio a.C. La talassocrazia del mar Egeo avviene tranquillamente tra popoli che convenzionalmente chiamiamo Pelasghi (Popoli del Mare), che diventano sempre più esperti navigatori e commercianti.

Una delle prime navi a remi è raffigurata sui vasi di Siro, detti "a padella" che risalgono alla prima età del Bronzo. La decorazione principale è costituita da spirali, anticipazione delle "greche" che evocano le onde marine, sulle quali poggiano le immagini dei vascelli.

Le scarse risorse naturali sugli scogli isolani di origine vulcanica, non permettono facilmente la sopravvivenza, e spingono gli abitanti allo sfruttamento creativo dei minerali (ossidiana, marmo, pietra per macine e per smeriglio, pomice) che avviano però lo sviluppo di una notevole tecnologia già dal III millennio a.C.

La conoscenza di altri popoli porta all’uso dei metalli (metallurgia) fin dal III millennio a.C. nella stessa area. Tucidide parla di "talassocrazia dei pirati" per indicare l’assoluto dominio dei Pelasghi anche in epoche molto più tardive (Civiltà Minoica e Micenea).

La città urbanizzata più antica d’europa, Poliochni, non a caso si trova sull’isola di Lemno, promontorio estremo dell’Egeo verso il Mar Nero, sulla rotta del bronzo.

La lingua struttura del sapere

La conquista più importante del periodo arcaico è senza dubbio la scrittura. La conoscenza della lineare B di Creta era già diffusa nel II millennio a.C. in tutto il Mediterraneo orientale, evolute in simboli stilizzati Aramaici, trasmessi intorno al IX-VIII sec. a.C. ai Greci di Eubea dai Fenici commercianti di Cadmo (in fenicio = antico), forse Filisteo di stirpe cretese. Dall’Eubea, città di Eretria, abbiamo la testimonianza di un’ iscrizione Aramaica nel tempio di Apollo, della fine del IX sec. a.C.. Atri reperti archeologici confermano questa versione ma ancora una volta Erodoto, questa inesauribile fonte di autorevolissime notizie, ci dice:

ERODOTO, V 58 "Questi Fenici venuti con Cadmo... quando si stabilirono in questo paese introdussero tra i Greci molte nozioni, e in particolare le lettere di cui ancora si servono tutti i Fenici; poi, in progresso del tempo, come mutarono la lingua modificarono anche la forma delle lettere. I Greci che a quel tempo abitavano la maggior parte delle regioni circostanti il territorio dei Cadmei erano Ioni; e questi impararono dai Fenici le lettere e le adottarono, modificandone in lieve misura la forma, e nel servirsene le chiamarono, com’era giusto perché i Fenici le avevano introdotte in Grecia, (lettere) Fenicie" (Trad..Pugliese Carratelli).

La grande novità che avviene in Grecia, è l’invenzione delle vocali e la formazione della lingua scritta sillabata come pronunciata. Il meccanismo è apparentemente semplice, ma permette la sublimazione di una simbologia pressoché infinita, la plasticità, la facilità di autoriproduzione e di coniazione di termini nuovi che pilotano creativamente la crescita tecnologica e artistica del tempo. Questo gioco a cruciverba di creare nuovi significati, a partire dalla cultura materiale e fino alla denominazione di stati d’animo, credenze, dilemmi, ha proiettato velocemente i Greci verso la filosofia, l’arte, la scienza, compiendo il miracolo della Classicità Ellenica nel giro di due-tre secoli, che sono le basi culturali del mondo odierno. Questa protesi mentale che si chiama lingua greca, con il suo vocabolario, la sintassi e la grammatica, è la struttura del nostro pensiero.

*(N.B. Le traduzioni sono curate del relatore)

Peloponneso: dagli Achei ai Dorici

Le prime tribù indoeuropee (Doriche) scese nel corso del II mil. a.C. hanno formato la civiltà delle guerre Omeriche di Troia, con regni-città maggiori Micene, Pilo... La civiltà Micenea è il risultato del fondersi tra quelle dei Pelasghi navigatori, Minoico di Creta, che emana già una scrittura greca (lineare B) e i primi Dorici invasori di cultura ed organizzazione sociale militare. Il massimo splendore lo raggiunge Micene e perciò la civiltà dell’intero periodo prende il suo nome. Avviene però intorno 1100 a.C. una seconda invasione di popoli Dorici che venerano il Dio della guerra Ares (e perciò Ariani), portatori di innovazioni militari che sottomettono facilmente le città-fortezze degli Achei. Il periodo di buio storico tra la loro invasione e la stabilizzazione di nuove città-stato, circa due-tre secoli, è indice degli sconvolgimenti politici avvenuti. Intorno all’VIII sec. a.C. abbiamo la supremazia dei Dorici di Argos, potente regno di impronta democratica insediato sulla piana dell’Argolide e Sparta, città per eccellenza aristocratica, composta da tre tribù e governata da due Re, insediata nella pianura di Laconia. Narra Omero nell’Iliade che il Re miceneo di Sparta Menelao domina su Faris, Amikle, Elos, Sellasia, Messe, Brisee, Augee, Etilo, Lacedemone. Gli Spartiati sono figli di Aristodamo, figlio di Aristomaco, figlio di Cleodeo, figlio di Illo, figlio di Ercole, tutti capostipiti dei vari popoli Balcani e tutti chiamati Eraclidi perché suoi discendenti. Le popolazioni Achee sottomesse da Sparta, sono state divise tra perìoikoi (liberi abitanti limitrofi) e eìlotes (schiavi lavoratori). Si stima che nel V sec. a.C. a 8.000 Spartani in totale, corrispondono 224.000 eìlotes.

Erodoto dà notizia di Sparta, attribuendole le peggiori leggi della Grecia e Tucidide conferma le guerre intestine tra le tribù Spartane per la spartizione delle loro ricchezze e si hanno le prime lotte di classe tra condizioni sociali diversificate rispetto alla rigida tradizione esclusivamente militare. Nel contesto della decadenza morale delle tradizioni, interviene il reazionario Licurgo, che stabilisce a Sparta la nuova Costituzione e una rigida politica interna, espellendo nella nuova colonia di Taranto i suoi dissidenti.

Tsaconià: testimonianze storiche

L’archeologo Christos G. Doumas sostiene giustamente la tesi della popolazione indigena sul territorio, forte dei documenti rinvenuti nelle grotte del golfo Argolico, di oltre 10.000 anni orsono. Nella grotta di Sintza, una delle tante intorno a Leonidio, la spedizione Archeologica Statale guidata da G. Papathanasopoulos nel mese di giugno 1978, ha raccolto materiale classificato tra i periodi del Neolitico, del Pro e Meso Ellenico, Miceneo, Geometrico, Arcaico, Classico, Ellenistico, Romano, tardo Cristiano e Medioevale. Segno tangibile di continuità di vita materiale sono le centinaia dei reperti catalogati e custoditi dagli Enti preposti, come pure gli scheletri umani, che testimoniano la funzione delle grotte come abitazioni ideali, grazie anche alla presenza di fonti d’acqua dentro e fuori, come rifugio inespugnabile e anche come luogo di culto, di importanti insediamenti umani nei pressi. Le future ricerche delle grotte daranno sicuramente maggiori informazioni e conferme delle tesi di un popolo autoctono (indigeno) forte per mare. Lo storiografo antico Pausania testimonia come da sempre la Tsaconià fosse invisa per la sua posizione strategica dai forti regni dorici confinanti, Argos e Sparta.

Già dal XI sec. a.C. Echestratos, re dei Lacedemoni (Pausania, III.2.2) invade la zona, adducendo ad azioni di piraterie mosse da qui contro i "cugini" Argivi, anche loro Dori come i Lacedemoni (Spartiati). Lo scopo ovviamente era l’occupazione permanente, che è divenuta però precaria nel corso di un millennio per le scorrerie di entrambe le fatrìe (Argivi contro Spartani). Entrambi gli invasori non hanno effettuato mai insediamenti urbani, eccetto alcuni osservatori difensivi, e si sono limitati a cacciare periodicamente gli Tsacones (Pausania, III.2.3).

Non è affatto azzardato ipotizzare che sulle coste si praticasse la pirateria, vista la posizione strategica sul golfo Argolico e la presenza di moltissime coperture, insenature, grotte e nascondigli naturali. Si sa che durante l’impero ottomano (1453 in poi) e fino oltre il risorgimento dello Stato greco moderno (1821) famosi pirati tra i quali Andreas Tsaconas, controllavano tutta la zona costiera.

Tsaconià: momenti storici salienti

Si sa da Pausania che sotto Teleklo, re di Sparta, intorno al 750 a.C. il regno occupa alcuni insediamenti dei perioikoi Achei sul monte Parnon: Amikle, Faris e Gheronthre. Quest’ ultimo si trova sul versante occidentale del monte Parnon e gli Spartani, secondo l’ellenofilo storico Toynbee, hanno allontanato sul versante orientale del monte gli abitanti, sostituendoli con Lacedemoni per ovvi motivi di sicurezza. Nella seconda metà dello stesso VIII sec. (intorno al 746-727 a.C.) si colloca la guerra della Messenia, che finisce sotto Sparta. Di nuovo guerra di Sparta contro Argos nel periodo della XV Olimpiade (719-8 a.C.), questa volta per la conquista della Cinurìa del nord, nota come Thireatide (Pausania III 7.5).

Nel secolo seguente però la Cinurìa è ancora sotto controllo di Argos, insieme a tutta la penisola di Maleas e l’isola di Citera. Ancora una nuova battaglia persa dagli Spartani presso Isiès dell’Argolide il 669 a.C. lascia il predominio della zona agli Argivi per almeno una altro secolo. Strabone (VIII.6.14) testimonia che nell’alleanza di Calabria (secolo successivo), i Lacedemoni sostenevano l’importante insediamento portuale di Prasiès, (attuale posizione Plaka di Leonidio).

Contemporaneamente Sparta conquista Citera e subito dopo si dirige alla Cinurìa del nord, la Thireatide, molto vicina ad Argos e i suoi porti. Nel 546 a.C. per la contesa di Thireatide si concorda tra le parti di riservare il conflitto a soli 600 combattenti scelti, trecento per parte, i quali daranno l’esito della disputa. Dopo un intero giorno di massacri, ne restano vivi solo tre: due Argivi (Alkinor e Cromios) che ritornano ad Argos a notte fonda da vincitori, e uno Spartano, Othriades, il quale dopo aver sepolto tutti i caduti, anche dei nemici, depone le armi avversarie ai propri commilitoni in segno dell’avvenuta vittoria ottenuta sul campo.

Entrambe le parti, confluite il giorno dopo sul luogo del combattimento, rivendicano reciprocamente la vittoria, fino a quando la rissa riesplode in una nuova battaglia, vinta questa volta largamente dagli Spartani.

Tsaconià: momenti storici salienti

Dopo questo evento tutta la Cinourìa resta sotto il controllo di Sparta, fino all’arrivo di Filippo II della Macedonia (padre di Alessandro Magno) che con la battaglia di Cheronia (338 a.C.) diventa il vero Re dei Greci, il quale, per indebolire e restringere la concorrente e sempre temibile Sparta, dispone il ritorno della Cinourìa agli Argivi.

Ma oltre alle incursioni dei Dorici invasori, abbiamo episodi di illustri visitatori da Atene, Pericle, lo stratega del secolo d’oro che nel 430 a.C. infligge personalmente pesanti ritorsioni a Prasiès, dove arriva con 100 navi a tre file di remi, 4000 opliti e 300 cavalieri distruggendo ogni cosa, sradicando e tagliando perfino le piante e gli alberi. Curiosità: per la prima volta nella storia le navi vengono qui utilizzate per il trasporto dei cavalli.

Ma già prima, durante la guerra dei Messeni, la stessa cosa accadeva qui per mano degli alleati di Atene. L’estate del 414 a.C. Ateniesi e Argivi con 50 navi invadono ancora Prasiès distruggendo tutto. Ma nel 219 ancora il Re Spartano Licurgo riconquista Prasiès e Polìchne (attuale Pùlithra) ma fallisce la presa dell’entroterra. Dal 206 fino al 195 a.C. sotto il tiranno Navis, Cinourìa torna sotto Sparta, ma l’avvento dei Romani restituisce l’area agli Argivi.

Dal 195 a.C. Prasiès fa parte della Comune Dei Lacedemoni delle 23 città. Sotto l’imperatore Augusto, la Comune dei Liberolaconi era composta da 18 città, ultima delle quali, verso nord, Prasiès. Il prof. P. Faklaris, archeologo studioso della storia di Cinurìa, deduce che fino il VII sec. a.C. il territorio di Tsaconià rimane autonomo, cominciando allora l’avanzata degli Argivi nella zona e in seguito degli Spartani, i quali però lasciano sostanzialmente poche testimonianze sul loro passaggio.

Frequenti ritrovamenti di vasi Corinzi e monete di Sicione, manifestano contatti stabili coi Corinzi intorno al VII secolo (750-650 a.C.), dopodiché abbiamo quasi esclusivamente testimonianze d’arte laconica.

Cosa avviene in questo periodo critico, di guerre intense, allontanamenti forzati di popolazioni intere e cambiamenti di stile di vita così notevoli?

Selinunta di Tsaconià Arcadica

Tra VIII e VII sec. a.C. la lingua ormai affermata diventa il Dorico, con molti residui protoellenici. Nella cultura indigena sopravvivono gli dèi originari predorici, come Maleatas, detto anche Pithèo, venerato presso il tempio sacro di SELINUNTA (Comune autonomo dell’entroterra fino al secolo scorso con insediamento principale l’odierno Cosmas) e Maleatas Tirìtas (=dei formaggi), nei pressi della costa di Tiròs. Selinunta era l’area che si incontrava sulla dorsale est di Parnon, sul passaggio obbligatorio tra i due versanti, nella gola nota per le famose battaglie antiche e perfino dei tempi recenti (vedi la sconfitta subita qui dal comandante italiano Festucci nella II guerra mondiale dai Cosmiti e Ghlimbiotes). Sulla posizione di Profeta Elia di Cosmas, altitudine 1220 metri, esiste una acropoli difesa da mura oggi parzialmente visibili. Sono stati da sempre ritrovati in superficie, mischiati spesso con residui di combustione votiva (cenere e carbone) oggetti come piccole anfore, punte di lancie, statuette ecc. La maggior parte dei reperti (oltre 100) era in bronzo, una lancia in piombo e una in rame, un anello di ferro, di pietra varia e creta e sono andati tutti perduti durante l’incendio della scuola dai nazisti tedeschi (sicuramente trafugati dai gelosissimi Ariani) il 23 gennaio 1943. E’ evidente che tali ritrovamenti sono dedicati in epoca predorica ad un tempio sacro, sommariamente ristrutturato in acropoli intorno al 550 a.C. dagli Spartani. Tale parere è sigillato dal ritrovamento di una statuetta raffigurante un guerriero Spartano, con la scritta "Charilos ha dedicato ai Maleati" con la ripetizione ai lati del nome "Maleata".

Inoltre, l’alunno G. Zacharakis il 1939 ha trovato qui un dischetto metallico recante intorno la scritta "MELAS con la vittoria dedica al Pitheo" (Melas era un atleta discobolo vincitore alle olimpiadi).

Altro importantissimo reperto è la statuetta di capro, dedicata a Maleata di Selinunta e la statua a testa di leone con la scritta APOLLONOS EMI "sono di (dedicato a) Apollo" trovata quest’ultima al tempio di Tirò Arcadico. Attenzione ora: Selinunte di Sicilia

1) Sono di Aristogeito, (discendente - figlio) di Arcadione, che morì sotto (il regno di) Mozia".

2) Sono il sepolcro di Agasìa (discendente - figlio) di Caria.

Queste due scritte trovate Sicilia su monumenti tombali (stele) sono perfettamente sovrapponibili alle dediche precedenti per forma grammaticale: verbo EMI - io sono (invece che EIMI del resto della Grecia), riscontrato esclusivamente a Selinunta e Tirò di Arcadia nei templi di Malea, chiamato anche Pithèo.

3) "Ohimé, o Archedamo (discendente ) di Pithèo, Selinuntino". Perfetta è la riconoscibilità di Selinunta, templio di Pytheo, in Arcadia. Solo che queste tre ultime iscrizioni compaiono, nello stesso periodo (550 a.C.) a una notevole distanza, a SELINUNTE di Sicilia e oggi conservate al Monumento Arceologico Regionale, "A Salinas" di Palermo! Davanti a tale evidenza, si ha il timore di commettere errori di distrazione, di confusione e insufficienza nel trattamento di questo materiale. Perciò, tralascio al giudizio del lettore, almeno per il momento, la valutazione per la liceità dell’accostamento così tanto sorprendente, assolutamente inedito, e riprendo l’indagine verificatoria dall’altra sponda.

Si sa per certo che sotto l’archighétas (capo spedi-zione) Pammilo, oikistaì (coloni) partiti dal porto dei Megaresi nel golfo corinziaco, insieme a coloni di Megara Iblea di Sicilia (circa un secolo dopo il primo loro insediamento in quest’ultima città) congiunti lungo il viaggio, hanno fondato il 651-650 la città Selinunte di Sicilia. Anche i dati archeologici confermano senza alcun dubbio questa datazione.

Selinunte diventava l’avamposto del mondo ellenico in occidente, segnava i confini dell’area greca da quella fenicia e serviva sia come base per l’estensione dei traffici greci a ovest, sia per contrastare l’avanzata dei fenici verso est. Tali strategie venivano progettate dalla città metropoli (in questo caso avevamo fin’ora una doppia e inspiegabile maternità) e rastrellati i coloni disposti all’avventura (spesso però anche allontanati con la forza da territori occupati), si emigrava verso nuove terre, in cerca di sorte migliore.

Dalla madrepatria alla colonia

Conoscendo le ragioni delle migrazioni dei greci nel sud Italia, ci viene spontaneo pensare che siamo davanti ad un tipico esempio. Selinunta di Arcadia, a partire dal 650. a.C. comincia ad essere stritolata nella morsa fra i due vicini, forti eserciti militari di Argos e di Sparta, contendenti della sua terra. La posizione strategica nel passaggio obbligatorio sulla dorsale del Monte Parnon verso est e verso il mare, il golfo Argolico e il Mar Egeo, con base naturale il porto di Prasiés, fanno gola a Sparta, ma altrettanto invogliano gli Argivi a conservare la loro posizione, difendendo con estremo rigore (come vedremo più avanti) il passaggio e l’intera dorsale del Monte Parnon, sulla quale innalzano anche muri difensivi lunghi decine di chilometri. I villaggi dei pastori e cacciatori in questo periodo cominciano a desertificarsi. La popolazione prima numerosa anche per effetto dell’arrivo dei profughi dalle città del versante ovest cacciate dagli Spartani, si disperde lasciando alla mercé di Sparta i resti del tempio cittadino, di Pithèo Maleata. Questi lo ristrutturano in rocca difensiva del passo. Ma il popolo dove scompare? Non abbiamo tracce del loro cammino, ma sappiamo che tenevano stabili contatti commerciali solo con Corinto (arte ceramica), contatti che proprio in questo momento cessano di manifestarsi a favore dell’arte ceramica Laconica. Sappiamo inoltre che dal golfo di Corinto in questo stesso tempo, parte la spedizione dei Megaresi colonizzatori, insieme a volontari, per la fondazione di una città in Sicilia, poi chiamata Selinunte. Anche loro soffrono, come i Selinuntini, l’assedio delle due grandi e potenti vicine, Atene e Corinto, e cercano spazio vitale in occidente. Ma questi sono ancora in gran parte ipotetici indizi che richiedono precise conferme. Questo è il compito scientifico che spetta agli archeologi, ma le indicazioni dei semplici amatori in materia, sono da sempre state utilissime per alimentare e orientare la ricerca.

I dati linguistico culturali che valorizzano questa ipotesi di Selinunta-madrepatria, sono molti e chiari, a partire dalla toponimia del nuovo insediamento:

Selinunte: toponimia - linguistica

a) SELINUNTE, da Selinunta (da Selinus, genitivo di Selinos = città nelle vicinanze del fiume Selinos, selinos = sedano, la pianta greca per eccellenza e simbolo di prosperità).

b) MANUZZA, il nome del colle vicino all’acro- poli, reca chiaramente la sua radice MAN- abbreviazione di Melan, (come l’atleta olimpionico del reperto di Cosmas, Melas), dal dor. MALAN in MAN- (= letteralmente: nero. In senso lato: mortale o colui che può infliggere la morte).

Il diminutivo tsaconico dialettale (-afi, -athi) si trasforma in certi casi (in seguito a fonemi come V D Z N TH ) in -azzi (tsaticismo) e da questo -uzzos (maschile) -UZZA (femminile) -uzzo e -uzzi (neutro) e corrisponde in italiano a -ino, -ina, come è descritto in premessa. Si salvano tuttora parole tsaconiche come "vannùzzi" (agnellino), anduzzi (piccolo pezzo di pane), Andruzzi (nome di famiglia).

c) GAGGERA, il nome della collina, nelle cui vicinanze, ovviamente nelle sue grotte si celebravano le messe nere degli dèi atavici dell’aldilà, è lo stesso della parola pronunciata ancora oggi in dialetto tsaconico, gaggéra = grotta come mi diceva una cara vecchia a Leonidio di nome Tzàkena la Melanù (sempre vestita di nero, molto religiosa e morta nel sonno sana e serena a più di cent’anni).

In dorico ga- sta a significare il termine più noto, l’ionico ge = terra. Il composto -ggera invece, è l’abbreviazione di énteron, (in tsaconico antéra = budella).

Le due gg provengono dalla trasformazione della -s + -nt-:

g a s a n t è r a

g a s n t è r a

g a s g è r a

g a g g è r a

Come è facile notare la caratteristica comune della toponimia è l’articolo femminile finale in -a, di chiara origine dorica, come la maggior parte dei coloni, eccetto gli Tsacones e il loro dialetto.

Etimologia

d) MALOPHOROS, è l’epiteto (caratterizzante comunque la tribù che lo assegna) di Demetra, dea dell’agricoltura e di tutti i greci, protettrice della nuova città, alla quale è stato dedicato il primo tempio di Selinunte. Malo- è l’abbreviazione di melan- (dor. malan = nero, il colore di lutto, vestito di lutto da indossare, usanza tuttora viva) + il verbo férein (=portare), cioè letteralmente: portatrice di nero, nel senso di vestita in nero (in questo caso da interpretare come "Demetra - dea dei greci ma anche della morte e protettrice da essa" e perciò ottima alleata contro i nemici). Impressionante è la somiglianza con i culti ctoni di Tsaconià, dove Demetra era molto venerata per i suoi contropoteri ad Ade, dal quale aveva strapato per metà di ogni anno, la figlia Persefone. Il fiume a ovest di Selinunta è stato dapprima chiamato SELINOS (selinos = sedano), il simbolo per eccellenza di tutta la grecità, radice etimologica del nome ellenico stesso (Sellas - Hellas = Grecia e città di Parnon evacuata dagli Spartani al versante est di Selinunta, Sellasìa) per indicare chiaramente il nuovo confine del mondo ellenico. Da notare inoltre l’ analogia tra Selinunta con il suo fiume Dafnon (= alloro, la pianta simboleggiante la gloria dorica) e Selinunte con il Selinos (= sedano, la pianta simbolo più laico di prosperità ).

Dalle stele ci colpiscono la comunanza del (rarissimo) verbo EMI, del quale ufficialmente si ignora la provenienza!!! Come pure non si conosce la provenienza dei nomi indicati a lettere cubitali nelle stele, come coloni-capostipiti (originari) Arcadio e Pitheo di Selinunta! (Vedi pag. 30).

Osserviamo, a mio parere, a una prima, magnifica applicazione di persuasione di Stato a livello simbolico, nell’utilizzazione di un coordinato memo-linguistico, vera e propria bandiera ai fini di una propaganda espansionistico - coloniale di forte impatto nazionalistico. Infatti, la colonia sembra voluta da un gruppo di popolazioni di diverse tribù, e per questa peculiarità del caso di Selinunte si crea ancora non poca confusione per l’attribuzione di una sola metropoli, come è stato naturale per tutte le altre colonie della Grecia.

Tsaconià contesa

Già prima del 550 a.C. sulla collina di Profeta Elia di Cosmas, dove un secolo prima c’era il tempio di Maleata, rimane solo un osservatorio militare in mano agli Spartani. In seguito alla disposizione di Filippo di Macedonia (padre di Alessandro Magno), Re dei Greci dopo la storica battaglia di Cheronia del 338 a.C., tutta la penisola passa agli Argivi, che prende il nome di Malea, come la montagna che lo sovrasta. Oggi si chiama capo Malea solo la punta estrema a sud, mentre il monte oggi si chiama Parnon. La denominazione odierna è dovuta al documento di Plinio che parla di un monte di nome Pàrparo a sud dell’Argolide, dove esisteva il tempio a Pàrparo, individuato però, non in Tsaconià ma nella vicina Thireatide, la parte nord di Kynourìa. Questa incongruenza sulla prevalenza dei toponimi è indicativa della confusione dei limiti tra i rispettivi regni di Sparta ed Argos e anche delle fonti riprese (in questo caso Argive) dagli storici.

Ai primi del 300 gli Argivi rafforzano i confini tra Kynurìa e Laconia, e da allora diventa centro importante il Comune di GHLIBIA, comprendente la zona di Aghios Vasilios, Platanaki, Paliochori, e molto più tardi anche Cosmas e Gheraki, che si trovano sulla strada della transumanza verso la pianura del sud, la zona di Vlachiotis, vicino a Ghithio (Mani). Nel 219 a.C. gli Spartani di Licurgo tentano ancora la sottomissione, ma senza risultati. L’anno dopo, nuova incursione e nuova disfatta. Questa volta però nelle opere difensive degli Argivi su Cosmas, trovano protezione i loro alleati Messeni, sulla via del ritorno a casa e intenzionati ad attraversare il confine. Dopo questo brusco avvertimento, decidono di riprendere la strada più lunga ma sicura, che passava da Argos ed Olimpia. Questa organizzazione militare sopravvive anche sotto l’impero romano e medioevo e si ergono ancora nuove fortezze e chiese medioevali, attraendo per protezione una vasta popolazione di pastori dell’intera zona montana. La povertà della montagna, insieme alle incursioni costanti dei popoli militari (dorici) vicini, non hanno permesso, purtroppo, la creazione e il mantenimento di opere pacifiche come templi e città, ma di sole mura.

Tsaconià difesa

Le stesse mura che ritroviamo un po’ dappertutto oggi camminando sulle aspre montagne di Tsaconià, hanno contribuito nei secoli successivi, alla creazione di una vera e propria "isola" nella quale la selezione biologica ha avuto il suo corso. Hanno difeso la conservazione di una stirpe bucolica, adattata alle avversità, capace di sopravvivere ad ogni situazione di pericolo, tenace di carattere, gelosa della propria identità e fierezza, custode severissima di lingua, di memoria e di costumi antichi, e ci consegnano oggi questo prezioso patrimonio: la tradizione dei costumi, la profonda religiosità e il dialetto tsaconico.

In Tsaconià chinano il capo rispettosamente, illustri studiosi europei, etnologi, archeologi e linguisti, cercando di carpire i segreti celati nel suo passato, e sopravvissuti nel suo presente. Il primo esame letterario del dialetto, ha effettuato qui nel 1788 Villoison. Nella sua prefazione dell’opera omerica "Ilias" (Iliade di Omero) riferisce la stretta parentela tra la lingua di Omero e il dialetto Tsaconico, ben più puro del dialetto dorico della confinante Mani, la penisola centrale (capo Tenaro) del Peloponneso.

La figura più importante per la comprensione del fenomeno e profondo conoscitore Tsacone, è senz’altro Deffner, uno tra i più grandi studiosi linguisti del secolo scorso. Figlio di colta famiglia borghese di Bavaria, grazie ai suoi studi classici sull’ellenismo, curati da insegnanti greci e spinto dai suoi insegnanti filellenici Wilh Christ e Heirn Brunn dell’Università di Monaco, viene nella Grecia il 1874 e risiede stabilmente. Dopo lunghe e accurate raccolte di interviste sul posto con i pastori montani e anziani di Leonidio, riesce a catalogare ben oltre 1800 parole tra le quali circa 800 verbi. In una visita qui, Deffner assiste al funerale di una giovane figlia e lungo la processione per strada, ascolta meravigliato un canto di pianto, del tutto simile agli antichi pianti greci delle tragedie. Il testo del brano viene pubblicato insieme ad altro prezioso materiale nel 1922. Descrive il pianto di dolore della "defunta", che chiede alla madre di proteggerla nascondendola dall’Ade che vede già arrivare, ma la madre, per bocca del coro, la incita di andarsene in sua compagnia!

Prasiés, “campo di Dioniso”

Altro importante visitatore, Finlay, il 1829 descriveva i resti antichi della zona costiera di Leonidio, noto come Prasiés (=campi verdi). Al porto di Plaka ci sono abbondanti resti di mura e torri, tombe micenee ad arco, acropoli sulla collina ripida e alta di Ai Leonidas, resti visibili di costruzioni urbane sparse e forse anche del tempio di Dioniso sulle pareti di Eurià (=largo), la parete pianeggiante sulla collina che si immette dolcemente nel mare. Considerando che nel corso di 25 secoli il mare si sia rialzato di 6 metri, molte cose (come grotte, approdi di porti ecc) stanno oggi sotto il livello del mare e anche sotto la terra del delta. Io stesso conosco la posizione di due grotte con ingresso subacqueo nei paraggi, dove probabilmente ci sono resti di insediamenti umani preistorici.

"La chiesa Ai Leonidas di Plaka -dice Finlay- è essa stessa costruita su fondazioni antiche", come potrà facilmente accorgersi l’attento osservatore nei punti cardini della costruzione, da dove spuntano fuori massi (acroliti) di chiara origine antica. Secondo la descrizione di Pausania, questo era il tempio di Achille e il porto si chiamava Achillion, e annualmente avvenivano festeggiamenti in suo onore. Nella punta sporgente dolcemente verso il mare (nota come "nisi" di Plaka) c’erano anche quattro statuine di bronzo non più alte di un piede, portanti in testa dei cappelli, tre delle quali rappresentavano i Dioscuri o Korivantes e il quarto Atena (i Dioskuri erano i protettori dei navigatori e dei viaggiatori).

L’importanza dell’insediamento è documentata dalla partecipazione di Prasiés nell’ Alleanza di Calabria, probabilmente fondata intorno al 650 a.C., con finalità difensive contro le intenzioni espansive del re di Argos, Fidone. Alcuni secoli dopo, l’alleanza si riproporrà con sette città maggiori, come testimonia Strabone, stavolta su basi di intese religiose.

Io credo che questo insediamento è da intendere come luogo certamente prospero, abitato da numerosa popolazione nomade, soprattutto nel periodo invernale.

Oriàtes, bucoli itineranti

Prasiés è centro importante per il suo porto, centro di scambi e di trasporti via mare, ma lo è anche perché si trova sulla piana dove confluiscono gli Tsacones pastori nei mesi estivi, i quali fanno da sempre la spola tra altura e pianura. Loro hanno bisogno di villaggi montani sparsi dove risiedere durante i mesi estivi con numerosi greggi di vacche, capre e poche pecore. Questi Tsacones, cosiddetti "montanari" sono chiamati Oriàtes (dal greco òros = monte). Gli agglomerati più importanti oggi, sono Vaskìna, a 13 chilometri da Leonidio, Paliòchora, con resti di insediamenti protoelladici, e Prastòs, che quasi sicuramente deve il suo nome da Prasiés. A Prastòs, oltre ai resti protoelladici e micenei, incontriamo un importantissimo sito storico: una tomba collettiva.

Abbiamo fondati sospetti che qui si è svolta la storica battaglia dei 600 per la presa di Thireatide, terra di Argos, da parte degli Spartani.

Erodoto racconta con dovizia di particolari che 300 Argivi e altrettanti Spartani decidono di risolvere ad armi pari la disputa in loco e ritirano gli eserciti in sovranumero nei rispettivi territori per non intervenire a proprio favore (testimonianza chiara di luogo di confine). La battaglia dura un giorno intero e lascia sul campo, a notte fonda, ben 597 caduti, sepolti dallo Spartano Othriade nel luogo stesso del sacrificio, in loro onore. Othriade costruisce una tomba conica (come è uso dei dorici) prospiciente il campo di battaglia, capace di contenere in pianura tutti i 600 combattenti. A queste descrizioni corrisponde perfettamente questa tomba riportata a fianco.

Plutarco, Strabone, Erodoto, Isocrate e altri, ci riportano tantissimi particolari di battaglie, tranne una precisa datazione degli eventi (tutti comunque intorno al 650 a.C. e anche questo elemento coincide e rafforza la tesi di un abbandono forzato da parte della popolazione a causa di belligeranze in zona).

Prastòs diventa importante centro urbano con molti palazzi patrizi, e negli anni di liberazione della Grecia dai Turchi (1821), contribuisce valorosamente alla sollevazione nazionale, subendo anche pesantissime ritorsioni dall’inviato dei Turchi Ibraim Chiuchtì il quale ha distrutto e incendiato molti paesi.

Ghlimbìa, sul Monte Maleata

Intorno ai luoghi desertificati dell’antica Selinunte, si sviluppa presto verso nord un nuovo agglomerato di villaggi bucolici. Ai Vasilis, Platanaki, Paliochori sono i più isolati geograficamente, perché incastonati vicinissimo alla dorsale del Monte Parnon. Rifugio naturale, lontano da ogni passaggio obbligatorio, era la meta per i suoi soli abitanti.

Doveva aver raggiunto dimensioni notevoli già in epoca imperiale, viste le numerose testimonianze rinvenuteci. Pausania parla di "Ghlippìa" - città d’altura, Polibio dice "Ghlimbìa" - vicino a Gheraki. Di certo si parla della stessa zona, anche se molti studiosi dubitano se l’abitato principale fosse veramente ad Ai Vasilis, (dove vicino esistono anche resti medioevali di un insediamento fortificato, con torre d’avvistamento) oppure a Cosmas, e comprendente perfino Gheraki. Bisogna intendere il nome piuttosto come area, invece che come singola città e su questo concordano documenti conservati nei Comuni limitrofi, nella tradizione orale usano il termine "Limpiochòria" (=paesi di Limbia) per indicare un gruppo di villaggi.

A Paliochori (= antico paese) Deffner, in una delle sue passeggiate a caccia di testimonianze dirette, ha rinvenuto il busto in marmo del tipo "imperatore romano" del I sec d.C., insieme ad altri reperti (stele) con la scritta DAMOSTRATO (figlio, fedele di) POLICRATE (in ricordo - onore) AL PADRE, e si deduce che tutto il materiale è votivo al monumento sacro di Policrate. Importante è notare la forma dorica dell’iscrizione, che trasforma l’ionico e classico, delicato a pronunciarsi H, nel dorico dominante, forte a pronunciarsi A: invece che DHMOSTRATO... in DAMOSTRATO...

Così ora molti dei lettori, non già eruditi, riconosceranno da soli, entrando gradualmente nella logica delle cose, la provenienza del nome e dei primi abitanti di Matera (dor. matéra=madre, nei pressi di Taranto l’unica città colonia di Sparta, detta "Parthenìai", a causa dello scandalo delle loro Spartane belle, bionde e con occhi azzurri accoppiate illegalmente con spuri schiavi durante l’assenza maschile nel ventennio della guerra dei Messeni...).

Tiròs: tempio, porto e fortezza

Sulla costa a nord di Leonidio, poco prima di arrivare dalla strada di Atene, lo sguardo abbraccia un panorama di indescrivibile splendore. Tra il promontorio verdissimo sul mare, coronato da una fortezza di cui sono ancora visibili tratti di antiche mura e torri e nel cui interno esistono i resti di un antico villaggio, Tiròs (=formaggio), si estende una spiaggia di ghiaia fina e di rara bellezza, che colora di chiaro cristallino il blu profondo del mare aperto. Questo insediamento si sviluppa dopo il IV sec. a.C. pur essendo però abitato già dal paleolitico. Anche qui la presenza anteriore di un tempio vicino dedicato a Maleata Pytheo, qui chiamato prevalentemente Tirìtas, detto successivamente (con l’affermarsi della religione olimpica) anche Apollon Tirìtas, è determinante per la nascita di questo villaggio.

Grazie al prezioso contributo di ricerca compiuto nel 1911 anche qui da Romeos, sappiamo oggi con certezza la posizione del antico tempio sull’apice del colle a sud di Tiròs e vicinissimo a Mélana (altro toponimo del già noto Melas di Selinunta).

La costruzione del tempio risale al VI sec. a.C. ed è di probabile fattura laconica, come confermano anche i reperti minori (ennesima conferma dell’espandersi dei laconi nella Tsaconià, quando cioè la popolazione locale, i Kynùri, vengono per lo più cacciati o emigrano).

L’abbondanza e l’originalità dei ritrovamenti votivi, inducono a considerare questo tempio come uno tra i maggiori della Cinuria antica.

Tra i reperti spiccano quello in bronzo di Apollo, in procinto di mungere seduto con un vaso e scritte lungo i piedi APELON TIRITAS e quello in rame a forma di leone, recante la scritta APOLLONOS EMI (=sono di Apollo) che presenta la sorprendente somiglianza con le stele di Selinunte ARISTOGEITO EMI: TO ARCADIONOS, (=sono Aristogeito, figlio di Arcadio), oppure AGASIA EMI TO SAMA TO CARIA. OIMOI (=sono il sepolcro di Agasìa, figlio di Kario. Ohimé).

Selinunte, la terra promessa

Sulla scia di quanto trattato, diventa veramente interessante per noi scavare ulteriormente tra i resti antichi di Selinunta siciliana, la probabile terra promessa agli antichi Tsacones (?). In attesa che gli studiosi ci mettano le mani e diano autorevoli pareri, ci permettiamo di confrontare quanto già si sa della colonia greca, in cerca di eventuali nuovi funzionali confronti.

Sappiano che il Re del popolo sicano Hyblon (si dice lui stesso discendente del Caria Hybla di Samo), abituato a trattare con i greci dell’Egeo e dell’Anatolia, da secoli ormai giunti per commerciare sulle coste di Sicilia, concede ai megaresi di installarsi sul territorio costiero di Hybla. Ma l’insediamento risultava abbastanza stretto per svilupparsi e già nel 484 a.C. venne assorbita dall’egemone Siracusa. I megaresi, consapevoli dei limiti della loro colonia, che stentava a trovare una sua dimensione economica e politica degna delle loro aspettative, hanno ben pensato di ripetere il tentativo della colonizzazione altrove, non accontentandosi stavolta di occupare un posto "ceduto" in comodato, ma di andarselo a prendere, magari con la forza e con grande numero di combattenti. La scelta coraggiosa cade sulla località poi chiamata Selinunte e si dimostra poi perfettamente felice, diventando presto una tra le più splendide città siceliote.

Arrivati dalla Grecia a Megara Iblea i coloni con Pammilo, tra i quali ipotizziamo molti degli espulsi di Tsaconià o emigranti volontari, partiti dal golfo di Corinto, si aggiungono ai vecchi coloni megaresi di Megara Iblea, anche loro pronti a emigrare altrove. Da qui il viaggio riprende ancora verso ovest, e si attestano definitivamente sul luogo che verrà poi chiamato Selinunte.

Qui si installano su tutta la collina centrale, provvedendo subito alla difesa dell’abitato di Manuzza sull’Acropoli.

Le terre circostanti erano fertilissime e vicine, acqua abbondante e pura scorreva dai due fiumi, Selinos ad ovest e Cottone ad est, che divennero entrambi approdi importantissimi per la navigazione in tutto il Mediterraneo.

Selinunte, città commerciale

Presto gli affari di commercio crebbero, al punto che la costruzione della città conobbe momenti di fervore e ricchezza mai raggiunti prima da altre colonie, espresse con maestose opere monumentali e templi. Purtroppo, come abbiamo detto più volte, non conosciamo molto sugli dèi votivi di essi, come pure sulla composizione razziale e tribale dei primi coloni. La fortuna della città fu accresciuta dal fatto che i fenici di Mozia, prima città ad ovest, ebbe ogni interesse per allacciare traffici con i greci. Infatti, Selinunte è divenuta la cerniera degli scambi tra greci e fenici, con gli auspici di Mozia, grande e vicino centro urbano fenicio dedito al commercio, e successivamente perfino con Cartagine stessa. Selinunte in principio era guidata da una oligarchia ristretta, lungimirante comunque e forte, al punto di progettare ed eseguire mirabili opere pubbliche in brevissimo tempo.

Intorno ai primi anni successivi al 650 a.C. i coloni occupano già tutta la collina, opportunamente lottizzata in parti uguali, che durante i due secoli successivi continuano ad urbanizzare. Il primo mégaron costruito sulla sponda ad ovest di Selinos, sulla radice del Monte Gaggera (supponiamo, per etimologia onomatopeica, "terra di grotte"), è dedicato a Malophòros (Atena), di cui distinguiamo ancora la radice mal- (abbreviazione di melan = nero) e phòros (=portante, del verbo phérein = portare, usanza greca di lutto).

Le prime case a Manuzza, il principale centro urbano a nord dell’Acropoli, erano molto piccole su terreni lottizzati uguali per tutti, con muri di pietre piccole tenute con legante e costruite intorno ad una grande piazza, l’agorà, di forma quasi trapezoidale (più adatto per inseguire l’andamento del terreno ed orientare la viabilità verticale).

Gli accorgimenti urbani nella progettazione, la perfezione tecnica nella esecuzione delle opere, la capacità di produrre da subito beni durevoli come le navi, manifestano una lunga e meticolosa preparazione durata molti anni, sia per reperire artigiani, sia per attrarre abbondante manodopera (coloni), sia per finanziare l’intera impresa.

La decadenza di Selinunte

Tucidide ci informa che la città provvedeva presto anche alla costruzione di una numerosa flotta composta principalmente da grandi navi di trasporto, le triìris (a tre file di remi), indispensabile per l’affermazione dei traffici cittadini, vista la spietata concorrenza delle altre città armatrici del tempo.

Anche in questo contesto è lecito pensare che le capacità ancestrali dei figli dei Pelasghi (Popoli del Mare, pescatori - navigatori e scopritori dell’ossidiana di Milo), i Kynùri pirati, esperti fabbricatori di navi e coraggiosi navigatori, insieme ai laboriosi agricoltori e combattivi Oriàtes, trovano una degna collocazione professionale.

La città colonia fu divisa secondo studi planimetrici, gli agglomerati urbani, le strade, le piazze, le fortezze venivano costruiti con estrema cura da esperti artigiani di altre precedenti colonie, Megara Iblea, Casmene, Naxos. Sappiamo che mentre i Megaresi si sono installati sulla collina dell’Acropoli e verso la zona meridionale di Manuzza, altre tribù si sono insediate sulla collina a est e la pianura del Coton e lì hanno costruito monumenti e templi dedicati ai loro dei celesti, mentre un’ altra parte, vorrei pensare agli Tsacones, si sono insediati a est, sulla pianura di Selinos e la collina di Gaggera, dove veneravano i loro dei ctoni e dell’aldilà, come la Malophòros, forse Atena oppure Demetra (dea della terra e dell’agricoltura in lutto per 6 mesi l’anno durante l’allontanamento della figlia impostogli da Ade periodo che coincide con il fermo stagionale della produzione agricola...). A Gaggera esistono scarse testimonianze monumentali e ciò conforterebbe l’ipotesi di un quartiere popolare, abitato da tribù meno progredite architettonicamente e con scarsa propensione alla religiosità monumentale, perché celebra i suoi riti e misteri nelle grotte naturali.

La città nel suo complesso cresce continuamente, fino a quando i punici, risvegliati dal pericolo di essere messi in ombra dalla grandezza dell’ormai opulenta Selinunte, la occupano dal 367 a.C. iniziando così di fatto il suo declino. L’arrivo del Romani il 250 a.C. troverà Selinunte una piccola città punica, per la quale i Cartaginesi non sacrificano forze per difenderla.

La religiosità di Tsaconià

Chi dice "pianto greco" immaginando una fila di donne vestite di nero (=malophòros, come il primo tempio di Atena o Demetra a Selinunte nelle cui vicinanze era ubicato il cimitero) lungo la processione funebre, ha una vaga idea dell’usanza diffusa dai greci lungo le coste del mediterraneo e del Mar Nero. L’epicentro del costume si trova proprio qui, in Tsaconià, dove la forza della tradizione, le figure umane, le gesta e le memorie, la stessa lingua originale dell’inconfondibile suono ritmato ed esoterico, scuote ancora più che in qualsiasi altro posto l’animo dello spettatore che diventa, suo malgrado, attivo partecipe, al punto da assaporare la catarsi, in un processo emotivo liberatorio che difficilmente il teatro dei classici, "le tragedie greche" o anche la loro replica, i riti cristiani da essi maggiormente ispirati, riescono a riprodurre altrettanto nitidamente.

Per i più scettici di tanta "tragedia", agnostici dei fatti d’animo, occidentalizzati, laicizzati nel subdolo, violento e utilitaristico sapere a breve e suicida a lungo, mi affretto a sottolineare la solarità della gente, il contrappunto della gioiosa dimensione di vita degli Tsacones, grandi e onesti lavoratori per natura, sempre spensierati e scanzonati, pronti alla battuta scherzosa, sacrilega e liberatoria, satirica, euforica anche sotto i quotidiani, pesanti compiti lavorativi.

Basta convivere pochi giorni con loro per contagiarti di questa allegria, scandita da frasi dialettali brevi, dal doppio senso di cui fai fatica a capire subito il senso, ma riflettendoci sopra ti scoppia da ridere.

Colpisce ancora l’ospitalità, la filoxenia tradizionale, l’accoglienza calorosa per lo straniero, al quale è riservato il miglior posto a tavola, la casa intera si dispone ai suoi desideri, con tanto di frasi e rituali nobili di diretta derivazione arcaica. Questi gesti sono tramandati spontanei e leali, ma l’attento osservatore distinguerà in questo comportamento, apparentemente servile, la manifestazione di una ricerca di autoconferma della propria superiorità morale, tanto maggiore quanto più soddisfatto resterà l’ospite. La casa diventa così luogo pubblico, con le porticine sempre semiaperte, accogliendo indiscriminatamente e con il sorriso, tutti i visitatori.

Usanze e costumi di Tsaconià

I Kynùri sono rimasti a lungo fedeli agli dèi propri, autoctoni. Non a caso anche il cristianesimo approdò qui oltre 10 secoli dopo l’avvento di Cristo, e dovette combattere molto, costruendo monasteri nei luoghi sacri dei pagani, spesso nelle grotte a picco sulla montagna alta e irraggiungibili, o anche sulle punte di colline ripide, luoghi ancestralmente venerati, per convertire forzatamente la popolazione.

La religiosità è insita nell’animo Tsaconico, i quali partecipano oggi con convinzione alla vita ecclesiastica e ai suoi riti greco ortodossi. Conservano però ampi tratti di superstizione pagana, versi e gesti liberatori per ogni evenienza e pericolo, perfino magie, riti residuali sacri contro i mali fisici e mentali cosiddetti "maggiùnia" (radice mag- di magia, finale dialettale locale), memorie vive delle forti religioni ctonie, di Ade, Cerbero, Demetra, Dioniso, Atena e Asclipio.

Non a caso il campo di Prasiés era noto come "Campi (=giardini) di Dioniso" dove la coltivazione principale era la vite, famosa per il suo ottimo vino (propellente dell’estasi) e l’ulivo, prezioso alimento base anche per i numerosi pastori che, insieme ai pesci, barattavano qui contro farine di frumento (grano e segale), carni, lana, miele e frutta secca portati dalla montagna. Si narrano tuttora le tremende fiabe di grandi serpenti (metamorfosi del dio Dioniso) che si aggirano nascosti per la valle e per le strettoie montane del Dafnon, abitano nelle grotte vicine (le gaggere) e osservano la vita di tutti i comuni mortali, tramando contro gli ingrati e punendo severamente chi vive fuori dalle regole della tradizione, commettendo hybreis (insulti) contro le divinità.

In questo serbatoio naturale di civiltà contadina e pastorale, si è potuto mantenere per sempre l’organizzazione sociale primordiale, la vita regolata da codici di comportamento scritti sul codice genetico di ognuno. Ogni forma di omologazione alla "ragion di Stato", di qualunque bandiera fosse, viene vista con sospetto e diffidenza perché considerata ingiusta ingerenza nei "fatti propri " ed essi rispondono con la contaminazione dei propri valori affermati con la massima pacatezza ma anche con la forza eroica.

Rinascimento di Tsaconià

La montagna di Tsaconia non è mai stata occupata da stranieri. Spesso però subiva incursioni devastanti dagli aspiranti dominatori. Naturalmente da qui parte la fiamma della Rivoluzione contro l’impero ottomano. Lo Tsacone Dounias a capo di una milizia di 250 Tsacones è il primo tra i combattenti greci a liberare la capitale Arcadica, Tripoli dai Turchi, insieme all’assistenza dell’altro capo Tsacone Panaghiotis Sarantis a capo di altrettanti militi di Tsaconia. Quest’ultimo ottiene il 23 Settembre dello stesso anno 1821 anche la resa della fortezza di Nauplio, costruita qualche secolo prima dai Veneti (con rocce depredate dall’espoliazione delle mura e dei templi antichi siti lungo le coste) e divenuta la caserma più importante dei Turchi nel golfo Argolico. La giorno cruciale della Rivoluzione è il 25 Marzo 1821, giorno di festività cristiana dell’Annunciazione, "Evangelismo" significativa anche per il messaggio di liberazione nazionale. Il mio nome, Evangelos (buon messaggero - liberatore), è tramandato dalla generazione dell’omonimo Andruzzos, fratello del più noto Odisseo, combattente nel periodo della liberazione su tutto il Peloponneso. La figura più celebre di guerriero, il Garibaldi greco, è lo stratega Colocotronis, nativo di Tripoli. Si trova a Leonidio il 1 Settembre 1825 e da qui muove i greci sullo stretto di Cosmas, dove attende il passaggio dell’egiziano Ibraim e le numerosissime sue truppe, alleati dei Turchi inviati per infliggere ritorsioni contro i rivoluzionari. I greci attendono a Ghlibia e Selinunta il nemico e avvengono spietate battaglie nello stretto, con culmine la battaglia del 11 Settembre. Il nemico arretra e per il momento la Tsaconia è salva. Purtroppo, in seguito a manovre di fuga apparente del nemico ottomano, Imbraim riesce ad eludere i greci, entrando a Prastos e altri villaggi per vie traverse, distruggendoli completamente. Questo tributo di vite e di sacrifici per la libertà, non conosce soste nel corso dei secoli, costringendo l’orgogliosa popolazione a difendersi con gesti eroici contro ogni invasore. La cultura tramandata tra le generazioni, da madre a figlio nel mio caso, è improntata a questa lezione di saggezza secolare.

Questioni demo-anagrafiche

La mancanza di una coscienza nazionale, perché di questo si sospetterebbe a prima vista, è smentita clamorosamente da un fatto singolare: questa arida, poverissima terra, ha offerto servizi di prim’ordine, fomentando e organizzando la sollevazione della Grecia contro i Turchi. Le montagne libere di pastori liberi, forti e benestanti, insieme ai ricchi armatori della costa, ai carbonari del tempo e con l’aiuto spirituale della Chiesa, hanno da qui acceso la fiamma della rivoluzione armata. Nella Kynurìa abbiamo la capitale provvisoria, perché qui, per riconosciuto merito dei Cinùri, nella città costiera di Astros si stabilisce nel 1821 il primo governo della Grecia moderna. Da allora "gli Tsacones" partecipano in prima linea alla lotta di liberazione anche nel resto della Grecia, regalando pagine di gloria, di gesta militari e di abnegazione. Il rispetto conquistato sui campi di battaglia contro gli ottomani dai compatrioti greci, fa sì che i forti, fisicamente dotati e fieri Tsacones, "più greci fra i greci" compongono preferenzialmente alti incarichi di Stato nelle forze armate. Si avvia così un nuovo processo di emigrazione, a partire dal secolo scorso, verso la capitale, dove vanno per amministrare e comporre i vertici delle forze armate (milizie) e dell’ordine pubblico (la costituenda Polizia di Stato).

Altra causa di emigrazione, nota già da tempi antichissimi, è la povertà del suolo che non sopporta carichi demografici eccessivi, specie dopo il raddoppiamento dell’aspettativa di vita, raggiunto nei primi di questo secolo, insieme all’inserimento della Tsaconià nei processi economici evoluti.

Lo scenario di vita rimasto immutato fin dai tempi più antichi, con l’avvento della tecnologia moderna che rende facile la coltivazione di pianure con trattori, l’allevamento intensivo di animali, la pesca industriale e l’itticoltura, la società cosiddetta dei consumi di massa, dei servizi del terziario e della comunicazione, pur portando indiscutibilmente enormi vantaggi sulla qualità e durata della vita, ha inferto in questo secolo il colpo più pesante sulla consistenza numerica e qualitativa della popolazione locale, desertificando decine di paesi e villaggi montani.

La Resistenza

Dopo la I Guerra Mondiale e le eroiche gesta del capo supremo Zacharias Andruzzos - liberatore della Macedonia, arriva la guerra imperialista del fascismo Mussoliniano. L’invasore spunta dal confine della Grecia occupata dall’Albania, "provincia imperiale d’Italia" dal ‘39. In pochi giorni da quel fattidico, irriverente NO! alla resa pronunciato dalla fiera stirpe dei greci il 28 Ottobre 1940, le milizie greche forti dei numerosissimi Tsacones si spingono su Saranda, Arghirocastro, Avlona e vittoriose gettano letteralmente al mare gli invasori d’oltremare liberando i fratelli del nord. Furono i tedeschi a rompere l’avanzata, scendendo dal fronte Bulgaro con forze meccanizzate imponenti, con copertura aerea e bombardieri mai visti prima nei Balcani. L’occupatore nazista, in collaborazione con quello fascista, dividono il territorio e la Tsaconià spetta agli italiani. Ma prova a spiegare agli Tsacones che bisogna obbedire agli ordini! I pastori armati della montagna erano naturali "antartes" (=insubordinati, ribelli) e affrontavano le spaesate truppe degli occupanti come diversivo per esercitazioni militari decimandoli! A loro difesa decise di correre da Tripoli con ben 600 uomini, il comandante italiano del Peloponneso col. Festucci, ma trovò sullo stretto montano di Cosmas, in terra Selinuntina, la stessa per la quale combattevano gli Ariani (Spartani contro Argivi), la morte più atroce dai "Ghlimbiotes". Si racconta tra la popolazione del posto, che solo 1 italiano è stato risparmiato, denudato e rimandato scalzo a Tripoli per raccontare l’episodio ai suoi camerati infondendo loro l’umiliazione e il terrore degli Tsacones. Pur essendo la storia ingigantita, indica chiaramente la tendenza allo spirito eroico, qui sopravvissuto dai tempi antichi, alle guerre infinite e ai grandi miti dorici, dove "morire per la libertà" è ancora considerato un gesto contemplato nella bandiera e del tutto normale. I tedeschi incaricati a risolvere in seguito la questione degli "antartes" infieriscono meschinamente sulla popolazione inerme di Cosmas, donne e bambini, incendiando il paese e derubando tutti i beni (in questa nefasta vicenda, importanti reperti archeologici sono stati depredati e trafugati in Germania).

Il confronto dei valori

Ripensando alle parole di Brecht, comprendiamo il senso dell’inflazione degli Tsacones - eroi nazionali della Grecia. Questa vita dura per secoli, ha cristallizzato il loro carattere rendendolo trasparente sì, ma anche forte come il diamante. Il problema odierno è la sopravvivenza di questa socio-diversità nella congiuntura mondiale e i suoi aggressivi processi economici, pressoché indomabili, tendenti alla omogeneizzazione del mondo, alla globalizzazione. Il cosiddetto "progresso" mai come ora vuol dire per gli Tsacones "desertificazione", emigrazione fisica ma soprattutto culturale. I nuovi modelli di vita proposti dai consumi di massa e la loro implicita logica (arrivismo, accumulazione, sciupio vistoso) sono incompatibili con i valori tramandati per decine di secoli come la solidarietà, l’onestà e gratuità nei rapporti umani, la gioia dell’apertura mentale ed emotiva tipica degli Tsacones che non conoscono omicidi e suicidi. Sarebbe un paradosso veder succedere ora la soppressione precoce di uno spirito fiero, resistito tanto a lungo nel tempo e nello spazio. Credo che i popoli potranno convivere serenamente, a condizione del reciproco rispetto per le proprie diversità. Oltre l’urgente problema ecologico, qui sentiamo l’urgentissimo problema della salvaguardia culturale, della lingua e dei costumi di Tsaconià; è una questione nazionale e spetta alla classe politica dare concrete risposte istituzionali, ma è il dovere di Resistenza che chiama ogni Tsacone all’appello di una guerriglia intelligente contro i perfidi invasori della massificazione e della corruzione, miranti alla omologazione dei nostri comportamenti carismatici ed esprimendoli nei soli consumi. Bisogna riaffermare con la tradizionale aggressività, il diritto allo sviluppo autonomo del territorio, compatibile ai bisogni della sua terra e popolazione, istituendo un Parco Naturale, dalla montagna al mare, costruendo piccole infrastrutture ricetive per il turismo di qualità, intensificando operazioni culturali di rilievo sul posto. Ma prima di tutto, provvedere subito alla recinzione e rivalutazione dell’inestimabile patrimonio archeologico, invidiato da tutto il mondo, che giace ancora incustodito alla mercé di ogni vandalo.

Caratteri di Tsaconià

Gli Tsacones conoscono e rispettano le diversità della propria tradizione, la propria storia e civiltà. Conservano i costumi anche nelle lontane terre d’emigrazione, America, Canada, Australia, Europa ma anche Atene, dove esistono quantità multiple di Tsacones nei confronti dei pochi rimasti. Sono tutti gelosamente organizzati in Associazioni culturali che si prefiggono lo scopo della divulgazione delle proprie origini e cultura. Lo stesso amore viene irradiata alla madre patria e aiuta molto sostenendo e promuovendo iniziative di recupero culturale. L’emigrante all’estero, ha il vantaggio del confronto tra due civiltà e costumi elabora una coscienza più arricchita e si propone il compito della rivalutazione di quella originaria, perché molto più umana, serena, felice. Il carattere dello Tsacone si impone ovunque, la forza e purezza d’animo, la visione chiara e logica delle cose, l’innata curiosità di imparare cose nuove, l’aiutano all’inserimento dinamico in ogni contesto. Si distinguono nelle professioni, nelle lettere e nelle arti, perfino nel campo della competizione politica, perché trovano intelligentemente spazio per la propria viva creatività. Sempre però la mente sta sui monti fieri di Parnon e le insenature pacifiche dell’Egeo, dove ricorrono gioiosamente e con emozione in ogni occasione per trascorrere lunghi periodi di vacanza, insieme ai cari parenti.

I legami degli Tsacones con la propria terra è oggi l’unico antidoto contro l’avvelenamento "dell’era dell’immagine". Si bada a conservare vivo e desto l’animo curioso, a godere nel contatto umano il piacere della profonda comunicazione con tutti i sensi, non solo intellettiva, frutto di secoli di maturità e profondamente radicati al di fuori di ogni dottrina logico-descrittiva convenzionale. Il senso della libertà ereditato scritto nel codice genetico e trasmesso attraverso la linea del sangue, l’uso di una lingua-capolavoro, i costumi nobili affinati costantemente in procedure millennarie, fanno da faro che illumina il passato percorso dagli antichi Kynùri e indica la strada verso un futuro felice, degno delle prossime generazioni degli Tsacones, questa rara stirpe libera e fiera, gioiosa e solare.

Conclusioni

All’avvio di un nuovo millennio, ritengo dovere improrogabile degli Tsacones il bilancio del loro passato e la preparazione di un futuro. La coscienza e conoscenza insieme alla logica progettuale possono ridare slancio alla Tsaconia, degno delle aspettative delle persone che hanno scelto già o vogliono scegliere di tornare ad abitare questa terra. Il caos della società "globale" spiana come rullo le socio-diversità, la ricchezza e l’identità dei popoli. Questa isola felice potrà resistere ancora solo se riesce a riproporsi un progetto di crescita economica funzionale alla sopravvivenza della sua civiltà. Non è romanticismo voler rivalutare le nostre risorse naturali, i monti e i boschi inviolati, i panorami stupendi, la flora intatta dai tempi arcaici e anche la fauna pregiata come gli ulivi di 3000 anni in tutte le case di Leonidio, il mare incontaminato delle profonde trasparenze, la famosa ospitalità e cordialità Tsacone. L’umanismo di questa gente diventa sempre più "merce rara" che può trovare una buona domanda di mercato nel cosiddetto turismo di qualità. Non c’è persona nel mondo che pur conoscendo il fascino della Grecia classica studiata sui libri, non abbia il desiderio forte di immettersi in questo scenario immutato dall’epoca di Ercole e le sue stirpi, visitare liberamente le rovine antiche di una epoca gloriosa, raccontata dai testi classici, dai ritrovamenti museali e qui leggibili attraverso la disposizione dei "sassi" nell’ambiente circostante". Ma nessuno resisterebbe più a tornarci per incontrare la calorosa curiosità degli Tsacones, la filoxenia. Il turismo ora, dopo 30 anni di invasione di masse barbare che hanno distrutto in buona parte il colore delle isole greche, si trasforma. Le masse preferiscono sempre più visitare il terzo mondo, lasciando fortunatamente spazio a scelte di qualità nella fruizione del turismo di cultura come quello che possiamo offrire noi. L’esiguità della popolazione locale può certamente trovare occupazione nel settore del turismo che non richiede grandi impianti ricetivi, enormi capitali e relativi rischi i stravolgimento urbanistico e del paesaggio. E’ necessaria l’azione governativa mirata alla progettazione e coordinamento di idonee iniziative.