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Con il nome di Terra d’Otranto si intende fin dal
Medioevo l’insieme delle province di Lecce, Brindisi e Taranto: un'area
omogenea fisicamente e culturalmente, che tuttavia nel corso di
travagliatissime vicende storiche ha espresso fasi di unitarietà. La
designazione di un limite definito da trapassi fisici con la Terra di Bari è
problematica, poiché la Terra d’Otranto contiene in sé parte notevole della
Murgia dei Trulli e la parte della Murgia Alta che declina ad anfiteatro verso
Taranto. Più a sud, nella penisola salentina (in epoca romana denominata Calabria)
è elemento caratterizzante la pianura del Tavoliere di Lecce, bordata
sul versante ionico dalle propaggini delle Murge Tarantine e dall’estremo
riaffioramento murgiano delle Serre, entrambi sistemi a scarsissima elevazione.
Solo nella Murgia dei Trulli l’insediamento è sparso e caratterizzato dalle
singole costruzioni a cupola conica. L’insediamento accentrato domina sulla
rimanente regione, arretrato rispetto alla costa per la repulsività delle
antiche paludi e l’insicurezza dovuta alla pirateria dei secoli passati, e
attestato, soprattutto nell’anfiteatro tarantino, sui rilievi dell’interno,
dove a spinte igieniche e di sicurezza si unirono fattori geolitologici nel
favorire lo sviluppo degli insediamenti trogloditici e della civiltà rupestre.
L’insediamento accentrato è anche caratteristico della penisola salentina, dove
si svolge in una miriade di minuscoli ed uniformi paesi, fittamente collegati
tra loro.
Le prime testimonianze del popolamento risalgono al
paleolitico: celebri sono i ritrovamenti avvenuti nelle grotte della Zinzulusa,
Romanelli e del Cavallo e le statuette muliebri in osso raccolte a
Paràbita, nella grotta che prese perciò il nome di Grotta delle Veneri. Al
neolitico risale invece la grotta-santuario di Porto Badisco, con le
pitture parietali raffiguranti scene di caccia e complessi simboli geometrici
umani, solari, espressione di un mondo spirituale tutt’altro che elementare.
Al II Millennio a.C. risale poi una civiltà di
cacciatori-pescatori di probabile provenienza egea, marcatamente ipogeica e
sviluppata con un ampio spettro cronologico per tutta la Terra d’Otranto
interessata dal fenomeno delle gravine. Ma è dall’età dei metalli che si forma
l’ossatura insediativa di Terra d’Otranto. Si afferma il fenomeno dei dolmen
e dei menhir, e alla nascita delle città dà impulso determinante
l’arrivo degli Iapigi, che in questa parte della regione verranno
chiamati in seguito Messapi (che equivale a «genti situate fra due
mari»). Il loro stanziamento giunge ad ovest fino al Bràdano e a nord alla
linea Taranto-Brindisi, che perciò ha assunto il nome di «soglia messapica».
L’impianto urbano messapico si caratterizza per le forti mura che cingono
l’abitato (nelle mura megalitiche di Manduria se ne può ravvisare l’immagine
più potente). Un contributo fondamentale alla storia del popolamento e
dell’urbanesimo antico è dato da Taranto, che alla fine dell’VIII secolo
a.C. fu conquistata dai Greci e sviluppò un’attiva influenza politica e
culturale su gran parte della regione. L’influenza greca sull’antica Terra
d’Otranto è comunque più vasta di quanto non sia in Terra di Bari ed in
Capitanata. Le sconfitte privarono Taranto dell’egemonia sulle popolazioni
indigene della Puglia meridionale e aprirono la strada alla penetrazione
politica e culturale di Roma, che tentò di cancellare i ricordi della
cultura greca, riuscendovi soltanto in parte. Il bilancio della romanizzazione
non fu completamente positivo. Molti centri messapici dell’interno salentino
scomparvero; i centri portuali subirono un deciso processo di militarizzazione.
In età imperiale le trasformazioni sono molto evidenti: ad una espansione delle
città corrisponde una riduzione dei centri rurali, dove si attesta il latifondo
e si diffondono la pastorizia e l’allevamento. L’autonomia delle città, in età
repubblicana denominate municipia, viene ridotta con la
burocratizzazione della province.
La favorevole situazione geografica di Terra d’Otranto,
protesa come un ponte naturale verso l’Oriente, andava gradualmente
trasformandosi, nella generale caduta di potenza dell’Occidente mediterraneo,
in condizione negativa. Sicché, esposta alle peggiori conseguenze dei fatti
d’armi per la presenza di vitali porti militari, subì danni nel corso della guerra
greco-gotica. Il collasso amministrativo e istituzionale, insieme alla
generale apprensione per la sicurezza, spinsero al ritorno alle scelte
insediative rupestri. In Terra d’Otranto, il fenomeno si presenta con
un’intensità davvero imponente e con continuità singolare, giungendo fino al XV
secolo. L’espansione longobarda interessò la Puglia meridionale fino ad un
limite ben noto (comunque situato a nord di Gallipoli e a sud di Oria), oltre
il quale continuò ad essere bizantino il ducato di Otranto, con riflessi nella
storia linguistica e culturale evidenti a tutt’oggi nei centri della Grecìa
Salentina, dove ancora si parla il GRIKO.
Nella prima metà del IX secolo,
si intensificarono le incursioni arabe. A Taranto viene fondato nell’840 un
emirato, attivo per un quarantennio, mentre Bizantini, Franchi e Longobardi,
tentano di limitarne la potenza e di impadronirsi del territorio. Alla fine del
secolo prevalgono i Bizantini, il cui dominio rimane stabile per quasi due
secoli, durante i quali ha modo di rafforzarsi la cultura greca nella penisola
salentina. L’avvento e la conquista dei Normanni pose le basi per la formazione
della contea di Lecce e del principato di Taranto, che mantennero massimo
prestigio anche durante i successivi domini, ma l’instaurarsi del feudalesimo
accese tristi ipoteche sullo sviluppo futuro e ben oltre il XIII secolo rimase
aperta la frattura culturale e linguistica della Puglia meridionale. Otranto,
Taranto, Brindisi, Gallipoli furono porti attivi in tutto il periodo
medioevale, ma la crescita della potenza turca nel Mediterraneo ed il ritorno
offensivo della pirateria dalla metà del XV secolo, ne determinarono la stasi
commerciale, la fortificazione e la militarizzazione: iniziative che non sempre
impedirono tragici eventi come quelli di Castro (1537 e 1575) o, più
noto, quello di Otranto (1480). La grande catena di torri costiere
quattrocentesche e cinquecentesche è un’ulteriore memoria di queste difficili
circostanze. Dei problemi della costa sembra risentire meno l’interno
salentino, dove Lecce diviene la città più grande, ricca e culturalmente attiva
di Terra d’Otranto.
Dopo
la devoluzione alla corona (1463) del principato di Taranto, i cui detentori, i
Del Balzo e gli Orsini, avevano sviluppato l’illustre tradizione
culturale dell’umanesimo idruntino, si assiste in Terra d’Otranto alla
formazione di una galassia di piccoli e piccolissimi feudi detenuti da un
baronaggio residente ostile all’autorità regia, povero, indebitato e rapace. In
età spagnola, la Terra d’Otranto, si collocava ai margini della crescita
demografica pugliese ed affrontava la crisi della metà del Seicento in
condizioni di svantaggio. Un dato impressionante è la perdita, fra il 1620 ed
il 1630, di oltre un terzo della popolazione di Lecce. Alla crisi demografica,
alle difficoltà economiche ed alla stridente disparità sociale finisce per
corrispondere, quasi per arroccamento in aristocratiche tradizioni
classicistiche e per esibizione di splendori più di facciata che di sostanza,
una straordinaria crescita intellettuale ed artistica che mostra le sue
sorprendenti scenografie nello speciale ed unico barocco leccese. Il Settecento
vide in parte rianimarsi il commercio e l’economia generale della provincia,
con le esportazioni d’olio da Gallipoli, ma permasero nel sistema
feudale forti elementi di pesantezza. Alla fine del secolo, i tre quarti della
popolazione viveva in piccoli casali e borghi feudali.
Nella prima metà del XIX
secolo, di un notevole sviluppo agricolo si giovò la Murgia del Trulli. Nel
resto della provincia predominava l’oliveto e nella parte centromeridionale la
cerealicoltura aveva rese decisamente minori di quelle medie pugliesi. Nel nord
della provincia, ove la popolazione ebbe una ripresa numerica, i centri
importanti (Taranto, Brindisi) tornavano ad espandersi per motivi
prevalentemente militari ed amministrativi. Ma il Salento non sfuggiva ancora
alla marginalizzazione e nell’estrema penisola, nonostante l’eversione della
feudalità, rimanevano pesanti inerzie baronali.
Il XX secolo ha visto:
l’industrializzazione, precoce a Taranto per motivi militari (Arsenale 1883,
Centri Tosi, Italsider); lo slancio di Brindisi – stazione terminale della
valigia delle Indie fra il 1870 ed il 1914 – che allestiva nuove efficienti
attrezzature portuali rianimando movimenti commerciali; l’attestarsi di Lecce
quale città di cultura, con l’Università ed altre istituzioni.
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