ORIGINE DEI GRECI NEL SALENTO

DEL PROF. PAOLO STOMEO

 

 

Chi sono i Greci del Salento? O i Griki della Grecìa Salentina? Da quali territori della Grecia sono venuti in Italia? E in quale epoca? Sono domande che tutti si pongono, ma discordi sono le risposte date dagli studiosi del problema.

Prima di addentrarmi nel discorso, mi sia consentito di premettere un chiarimento su alcuni termini usati abitualmente.

La parola "Griko" (GrikoV), è attestata nel Syllabus Graecarum Membranarum del Trinchera. Alcuni credono che sia d’origine antichissima.

La parola "Grecìa" è di origine medievale: si riscontra in documenti dell'epoca sotto la voce "Graikìa", che, trascritta con la pronuncia popolare salentina, suona "Grecìa". Falsa è l'opinione che questa parola significhi "piccola Grecia".

Attualmente, i Greci del Salento dicono: "ìmesta Griki" = siamo Greci; "milùme grika" = parliamo greco; "pàme stin Grecìa" = andiamo in Grecia.

La parola "grecanico" deriva dal latino "graecanicus", che significa proveniente dalla Grecia, ad imitazione greca, ed è un semplice aggettivo qualificativo e non il nome del popolo. Quando si parla dei Greci Salentini si dirà meglio: i Griki, non i Grecanici. Il termine "grecanico" si riferirà meglio alle cose e non alle persone.

Per esempio, anphora graecanica per i latini significava "anfora ad imitazione greca o proveniente da arte greca", come per noi oggidì stoffa scozzese, pettinato inglese, significano: "Ad imitazione scozzese, inglese", ecc.

Alle domande poste in sottotitolo rispondono due ipotesi antitetiche che vanno sotto il nome dei loro principali assertori: Giuseppe Morosi, glottologo dell'Istituto Superiore di Firenze (ora Università), vissuto verso la fine del secolo scorso, e Gerhard Rohlfs, glottologo dell'Università di Monaco di Baviera, universalmente conosciuto ed apprezzato per le numerose inchieste eseguite sui dialetti del nostro Salento in oltre mezzo secolo.

A queste teorie si sono associati altri studiosi italiani e stranieri, tra i quali il valoroso glottologo salentino Oronzo Parlangèli - seguace della teoria del Morosi - già ordinario dell'Università di Bari.

Secondo l'ipotesi del Morosi queste colonie greche dell'Italia Meridionale risalgono al medioevo, e cioè alla dominazione Bizantina; secondo il Rohlfs invece esse rappresentano, nel loro nucleo principale, la continuazione delle colonie dell'antica Magna Graecia.

Sulla discordanza di queste due teorie principali ho avuto occasione di discutere in conversazioni e in interventi a congressi sia in Italia sia in Grecia, e poiché la questione è ancora sub iudice, mi astengo di proposito dal parlarne in questa sede.

Farò soltanto delle considerazioni mie personali, non arbitrarie s'intende, ma basate su documenti.

Quando nel secolo undicesimo i Bizantini dovettero abbandonare militarmente e politicamente le nostre terre sotto l'incalzare dell'invasione dei Normanni, la Puglia, la Calabria e la Sicilia nei territori bagnati dall'Adriatico e dallo Ionio, erano già state profondamente influenzate dalla cultura Ellenica.

Anche se i Bizantini furono sconfitti sul piano politico-militare, rimasero tuttavia gli effetti benefici della loro dominazione. Le nostre popolazioni avevano potuto assimilare una civiltà maturata in ben mezzo millennio, cioè a cominciare dalla fine del secolo VI d.C. da quando l'esercito dell'imperatore Giustiniano, comandato da Belisario, sbarcò in Italia per liberare dalle orde barbariche dei Goti i territori governati un tempo dall'Impero Romano d’Occidente miseramente decaduto, di cui l'imperatore d'Oriente si riteneva il legittimo erede.

Nell’Italia meridionale spuntava un’alba novella di civiltà all’insegna cristiana del monachesimo orientale che si diffondeva mettendo radici profonde.

Dopo la ritirata delle milizie bizantine, nelle nostre terre rimanevano le chiese e i monasteri a tutelare il diritto, le istituzioni, le tradizioni, la lingua greca che non differisce da quella che si parla oggi in Grecia, se non per alcuni vocaboli che sembrano arcaici (ma che in realtà sono di origine medievale) e per le inevitabili infiltrazioni neolatine di vocaboli e di costrutti grammaticali e sintattici.

Io, che parlo questa lingua fin da bambino e che ho studiato la sua evoluzione storica antica e moderna e conosco le vicende politiche del Salento, posso asserire che le sue caratteristiche sono essenzialmente moderne. Nel greco del Salento e nel greco della Grecia coincidono perfettamente le leggi fonetiche, la sintassi, le declinazioni, le coniugazioni, i suffissi dei nomi, degli aggettivi, dei verbi, degli avverbi, gli articoli e i pronomi.

Anche se si vuole ammettere che uno sparuto nucleo di Greci della Magna Grecia si trovava ancora in Italia al tempo della venuta dei Bizantini, esso fu certamente assorbito dal notevole contingente dei nuovi arrivati. È assurdo pensare che nell’antichità classica il greco si parlasse oltre che a Taranto anche in tutto il Salento, ed è più assurdo sostenere che tale lingua si sia parlata ininterrottamente fino ad oggi. Si oppongono motivi storici oltre che filologici.

A sostegno della teoria della sopravvivenza delle antiche colonie non basta far leva sic et simpliciter sull’esistenza di alcuni vocaboli arcaici, ma è necessario esaminare la struttura organica della lingua vivente nell’unico documento rimastoci, cioè nell’idioma che ancora si parla.

Alcune differenze soprattutto fonetiche del dialetto di questi paesi ellenofoni ci rivelano che questi coloni vennero da località diverse dell’Impero bizantino, e ciò poté avvenire solo in epoca medievale; ma non abbiamo documenti per dire precisamente da dove vennero, sebbene si possa dedurre dagli elementi dialettali caratterizzanti che essi per la maggior parte vennero dal Peloponneso, dall’Epiro, da Creta, da Cipro e anche dal Ponto e dalle coste asiatiche.

La lingua greca che oggi si parla non fu mai compatta in tutto il Salento, e perciò la sua graduale ritirata non è paragonabile a quella delle acque di un lago che si è andato via via prosciugando, fino a ridursi ai paesi che attualmente la parlano, ma fin dall’inizio tale lingua si diffuse in zone intervallate da abitanti di lingua neolatina o romanza, così che, col passare del tempo, l’elemento greco e quello romanzo, coabitando, hanno dato origine al fenomeno del bilinguismo.

Alla conservazione della lingua, rilevante è stato il contributo del clero greco e la permanenza del rito greco nelle chiese a stretto contatto col popolo.

Se gli eremiti vivevano isolandosi nei boschi e nelle grotte (di cripte se ne contano circa un centinaio nel Salento), i monaci trascorrevano la loro vita nei monasteri (di cui rimangono molte tracce), facendo di essi dei centri di preghiera, di lavoro, di cultura. Là dove i cenobi basiliani erano più numerosi, maggiore era la mitezza dei costumi e l’umanità dei rapporti sociali. Come attesta un illustre etnologo greco (F. Kukulès, Vita e Civiltà dei Bizantini, Atene, 1957), i monasteri erano nel medioevo anche dei centri di beneficenza. "Nelle loro mura trovavano spesso conforto le anime afflitte e sollievo i corpi sofferenti. I poveri elemosinanti spesso visitavano i monasteri e sotto i loro portici ricevevano cibi in abbondanza".

I monasteri erano anche centri d’irradiazione di sistemi agricoli molto progrediti, di cui per molto tempo è rimasta traccia nell’Italia meridionale. Fuori dei monasteri i monaci mietevano, potavano, innestavano alberi selvatici, trasformando le selve in fecondi oliveti, in frutteti e agrumeti, aravano i campi, esercitavano la viticoltura, l’apicoltura, importavano novelle piante dall’Oriente, diffondevano la ricchezza e il benessere nelle nostre terre e tra le nostre popolazioni che erano in continuo accrescimento demografico.

Ma i monasteri basiliani, da noi, furono anche centri di grande attività intellettuale. In essi i monaci conservavano ininterrotto il legame col passato, coltivavano le lettere greche, diffondendo come copisti di codici antichi, come scrittori e come maestri, la civiltà ellenica. Esempio tipico presso di noi fu il monastero di San Nicola di Càsole, nelle vicinanze di Otranto, per non dire di altri cenobi del Salento e della Calabria di non minore importanza.

La diffusione dell’Ellenismo nel Mezzogiorno d’Italia non fu tanto opera politica, quanto religiosa ed ecclesiastica, e fu così intensa che, anche dopo la ritirata dei rappresentanti politici del governo bizantino, la chiesa greca rimase in piedi per il suo prestigio culturale e per la sua influenza ieratica sulle popolazioni che continuarono a parlare la lingua ellenica e a scriverla nei documenti ufficiali di pubblico interesse anche sotto le successive dominazioni. La missione civilizzatrice del clero greco, almeno nel periodo più splendido, è doviziosamente documentata nei tre volumi contenenti gli atti del Convegno interecclesiale tenuto a Bari nel 1969.

Le popolazioni Grike continuarono a vivere rigogliose anche sotto i monarchi normanni e svevi, i quali per loro utilità trovarono comodo non turbare in genere, per quanto era possibile, le istituzioni preesistenti. In Sicilia, a causa delle invasioni arabe, l’elemento greco aveva subìto un duro colpo: la lingua greca cessava di vivere nel secolo XII, ma la civiltà bizantina lasciava un’impronta indelebile nel costume e nell’arte, mentre proprio in quell’epoca in Calabria e nel Salento venivano fondati nuovi monasteri greci, fonti di progresso materiale e spirituale.

Lo scisma dichiarato ufficialmente nel 1054 non aveva impedito alle due chiese (ortodossa e cattolica) di svolgere in armonia la loro missione verso il popolo, ma nelle alte gerarchie i germi del dissenso cominciavano ad operare, e lo deduciamo dai ricorsi all’autorità pontificia per dirimere le discordie che qua e là sorgevano tra le due chiese.

Le popolazioni grike diminuiscono di numero, mentre vengono meno anche i monasteri e le chiese greche con la loro liturgia. A Gallipoli, a Nardò, a Galatone, a Galatina, si parla ancora greco verso gli inizi del secolo XVI, ma la lingua sta per tramontare. A Sogliano, a Cutrofiano, a Cannole, a Bagnolo, a Cursi, il greco è ormai agonizzante agli inizi del secolo scorso. Da poco è scomparso anche a Soleto e a Melpignano. Rimane ancora, sebbene in gran parte inquinato, a Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Sternatia, Zollino.

L’insegnamento nelle scuole elementari e medie dei paesi ellenofoni, in questi ultimi anni, gli ha dato un po’ d’ossigeno. Ma questo lo ritengo un momento nostalgico nato dal pensiero che questo idioma, dopo tanti secoli di vita, ora è sul punto di abbandonarci.

Per l’insegnamento del Griko svolto con efficaci risultati, un plauso particolare spetta al mio amico Prof. Angiolino Cotardo, che a questa nobile missione dedica appassionatamente e generosamente la sua vita.

Alla fine del secolo scorso, glottologi e linguisti di chiara fama, italiani e stranieri, scoprirono il Griko quasi come sorpresi della sua esistenza e cominciarono a ricercarne scientificamente le origini, a raccogliere dalla viva voce del popolo la produzione dei canti sopravvissuti.

Alla raccolta dei testi popolari greci della provincia di Lecce hanno dato un grande contributo Giuseppe Morosi, Domenico Comparetti, il calimerese Vito Domenico Palumbo, e modestamente anch’io, che fra l’altro ho pubblicato un prezioso esemplare di prosa in un grosso volume di oltre cinquecento pagine, che contiene i più bei Racconti Inediti di Sternatia, con una introduzione, con trascrizione fonetica del testo greco, con traduzione italiana e glossario filologico. Altri testi griki già raccolti si potrebbero pubblicare, se qualche Ente culturale o istituzionale volenteroso se ne assumesse l’onere.

 

 

(Il brano qui riportato è tratto dal libro del Prof. Paolo Stomeo: Cognomi Greci e Civiltà Bizantina nel Salento, Galatina, Editrice Salentina, 1985, p. 87 e seguenti)