I Griki del Salento

 

Oi Grikoi tou Salento (Greek Text)

Fin da quando ero studente di liceo mi sono spesso domandato perché noi ellenofoni del Salento ci siamo chiamati sempre Griki e non Ellenici e ancora oggi, se qualcuno ci domanda che cosa siamo, rispondiamo tranquillamente nella nostra lingua: "Imesta Griki", cioè "siamo Griki" non Ellenici.

Anche nel "Syllabus Graecarum Membranarum", l'opera del Trinchera che raccoglie le pergamene redatte in greco in epoca medioevale, ricorre spesso il termine 'griko' per indicare le persone parlanti il dialetto grecosalentino o quello grecocalabrese.

Inoltre, sin dai miei primi viaggi in Grecia, ho potuto notare che ai Greci non piace esser chiamati Greci perché considerano questa loro denominazione, ricorrente in forme leggemente diverse in tutte le lingue europee, non esente da un significato riduttivo, se non addirittura ingiurioso. In realtà i Greci, nel corso dei secoli, hanno spesso cambiato nome. Nei poemi omerici sono detti genericamente Achei, ma suddivisi in Ioni, Dori ed Eoli, nomi che indicano popoli di stirpe achea giunti in Grecia in epoche successive. In epoca storica i Greci si son chiamati Elleni. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente si son chiamati Romii ed hanno conservato questa denominazione fino all'insurrezione nazionale antiturca del 1821, allorché costituendosi in stato indipendente hanno riassunto il nome di Elleni. La denominazione attribuita al nuovo stato fu infatti "Regno degli Elleni". Tuttavia ancora oggi i termini 'romiòs' e 'romiosini', cioè 'romano' e 'romanità' sono largamente impiegati per designare la continuità e le caratteristiche della nazione greca. Non casualmente un noto componimento musicale di Theodorakis, dedicato alla resistenza nazionale antifascista e antinazista, si intitola proprio "Romiosini", cioè "Romanità".

Ma, allora, come è nato e si è diffuso il nome Greci, che ai Greci non piace affatto?

Ho l'impressione che noi Griki dell'Italia meridionale abbiamo una qualche responsabilità in questa faccenda. Ricordo che, quand'ero studente di liceo, il mio testo di letteratura greca spiegava che i Romani, sbarcati per la prima volta in Epiro, incontrarono i membri di una tribù locale i quali dissero di chiamarsi Greci.

Questo nome, adottato dai Romani, si diffuse poi in tutte le lingue europee. Io, però, dopo mi sono chiesto: "Ma era proprio necessario che i Romani andassero in Grecia per incontrare dei Greci?"

In età storica, a partire dall'VIII° secolo avanti Cristo, i Greci avevano fondato moltissime città lungo le coste dello Ionio e del Tirreno, tante città grandi e fiorenti, come Taranto e Siracusa, che al tempo del loro maggior fulgore superarono il milione di abitanti, tante città greche che giustificarono il nome di Magna Graecia, dato all'Italia meridionale.

Non è questa la sede per parlare della Magna Graecia in generale. Su questo argomento sono stati scritti migliaia di volumi e ancora oggi studiosi e ricercatori, storici, archeologi, critici letterari di tutte le università del mondo si incontrano ogni anno a Taranto per riferire sui risultati degli studi rivolti ad una più approfondita conoscenza della Magna Graecia.

Però, ritornando al nostro tema, i Greci della Magna Graecia si chiamavano Elleni, erano organizzati in città-stato e si facevano spesso la guerra tra loro, così come facevano in Grecia, quando i loro interessi li portavano a scontrarsi. E non avevano dimenticato le loro ascendenze ioniche, doriche ed eoliche pur partecipando, come tutti i Greci, alle gare di Olimpia, indette proprio per sottolineare la comune appartenenza alla civiltà degli Elleni.

Ma, allora, com'è nato questo benedetto nome di Greci?

Più che alla storia, penso che dobbiamo rivolgerci alla preistoria e cercare di trarre qualche lume sia dalle ricerche più vicine a noi, sia dalle fonti storiche più antiche.

Recentemente, alla fine di Ottobre del 1998, ho avuto la ventura di partecipare al congresso indetto dall'Università Ionica di Corfù, avente come tema "La presenza greca nell'Italia Meridionale e nella Sicilia". Per tre giorni, 29, 30 e 31 Ottobre, professori delle università greche e di numerose università italiane hanno riferito sulle loro ricerche archeologiche e sugli studi critici relativi ad autori della Magna Graecia. Io ero stato invitato (non ridete!) come reperto archeologico e linguistico vivente per riferire sulla letteratura grika del Salento, un argomento più noto ai glottologi che non agli archeologi e agli studiosi del greco antico. Con mia grandissima sorpresa, dopo i discorsi di apertura dei lavori, inevitabili in tutte le manifestazioni di questo e di altro tipo, i primi due oratori, il prof. A. Mazarakis dell'Università di Corfù e il prof. Gianfranco Màddoli dell'Università di Perugia, oltreché Sindaco della medesima città, hanno affrontato, sia pur da angolazioni diverse, un tema a me assai caro: l'origine dei nomi Greci e Grecia e di conseguenza, almeno dal mio punto di vista, l'origine del nome Griki che, secondo me, noi ellenofoni del Salento ci portiamo appresso fin dalla notte dei tempi.

In verità, il prof. Mazarakis, riferì sugli scavi eseguiti a Skala Oropù, un piccolo porto sito di fronte alla metà meridionale dell'isola di Eubea, identificato come l'antichissima Graia, citata da Omero, corroborò questa ipotesi con citazioni riprese da Tucidide, Aristotele, Strabone e Stefano Bizantino e collegandosi al dato storico che i primi Greci insediati a Cuma erano abitanti di quell'area ed erano portatori del nome Graioi (pronuncia Grei), pervenne all'ipotesi che proprio da costoro i Romani avevano ripreso il nome Greci.

Il prof Màddoli, invece, affrontò il tema più ampio dei rapporti tra i Greci e l'Occidente mediterraneo nella preistoria e nel breve riassunto consegnato ai congressisti pose la domanda: "Perché Graikoi (pronuncia Greki) e non Hèllenes?" E più avanti testualmente: "Nella risposta a questa domanda si celano le pià antiche relazioni tra Grecia e Occidente. La denominazione Graikoi deve aver messo radici nella consapevolezza delle genti italiche prima che si diffondesse la nozione di Hellenes (Elleni), con la quale erano designati i coloni dell'VIII° secolo e seguenti; il suo precoce radicamento nella penisola italiana, e in particolare nel Lazio, si spiega bene con l'ipotesi che connette l'arrivo dell'etnico in Italia con la plausibile origine epirotica dei Chones (Coni), ethnos insediato ai bordi del grande golfo di Taranto prima dell'avvento dei coloni greci e dell'espansione delle popolazioni indigene dell'entroterra appenninico; I Chones della Siritide potrebbero rappresentare, come da molti indizi è stato dedotto, un ramo dei Chaones d'Epiro".

In poche parole, sia il Mazarakis, sia il Maddoli hanno centrato il loro intervento al congresso di Corfù sull'esistenza di una ampia e profonda colonizzazione preistorica o precolonizzazione anteriore di parecchi secoli alla colonizzazione storica della Magna Graecia, documentata da fonti storiche, dai monumenti e dalla ricerca archeologica. Attendo la pubblicazione dei lavori del congresso per poter verificare e puntualizzare quanto ho dedotto dalla breve sistesi distribuita ai congressisti. Comunque ciò che avevo ascoltato con grandissimo interesse veniva ad aggiungersi a quanto avevo letto qulche settimana prima in Erodoto, VII, 170 a proposito dei Messapi.

La mia emozione nel veder confermata da due illustri studiosi la mia convinzione dell'origine antica, anzi antichissima della denominazione grika della nostra lingua e della nostra gente fu tale che quando fui chiamato a leggere la mia relazione sulla letteratura popolare e dotta della Grecia salentina non potei trattenermi dall'esprimere la mia gioia e aggiungere quanto avevano scritto Erodoto, Tucidide e Strabone sul Salento e sui Messapi. Gran parte del tempo a me concesso venne assorbito proprio da questo intervento non rituale e non potei leggere per intero quanto avevo preparato sulla nostra poesia popolare e sui notri poeti. Un professore greco che sedeva al tavolo della presidenza del congresso volle subito copia della citazione del passo di Erodoto e continuava a guardarmi con aria oltremodo sorpresa.

Mi sembra opportuno riportare per intero detto brano affinché il lettore abbia le idee più chiare. Scrive, infatti, Erodoto, il padre della storia: "Si narra che Minosse, giunto alla ricerca di Dedalo in Sicania, quella ora detta Sicilia, morì di morte violenta. Con l'andar del tempo i Cretesi, tutti, tranne i Policniti e i Presi, spinti da un dio, andarono con una grande armata in Sicania e assediarono per cinque anni la città di Camico che ai miei tempi era dominata dagli Acragantini. Ma alla fine, non potendo nè espugnarla, nè rimaner lì essendo alle prese con la carestia, se ne andarono abbandonandola. Ma quando navigando giunsero all'altezza della Japigia una grande tempesta li sorprese e li gettò a terra; ed, essendosi sconquassate le navi, poiché non appariva loro alcun mezzo per tornare a Creta, rimasero lì, fondando la città di Yria e, mutato nome, da Cretesi divennero Japigi Messapi, ed invece di isolani continentali. Muovendo dalla città di Uria colonizzarono le altre, e molto tempo più tardi i Tarantini, nel tentativo di scacciare gli abitanti di queste città, riportarono una grave disfatta tanto che questa fu la più grande strage di Greci di tutte quelle che conosco, di Tarantini appunto e di Reggini, questi infatti costretti da Micito, figlio di Chereo, giunsero in aiuto dei Tarantini e morirono in quell'occasione in tremila. Il numero dei Tarantini non fu neppure possibile calcolarlo". Questa grande battaglia - avverte una nota del traduttore - ebbe luogo nel 473 avanti Cristo.

A questo punto si impone una lettura molto attenta di quanto ha scritto Erodoto. Molti studiosi ritengono Minosse, Dedalo, Icaro, Arianna e tutti i personaggi collegati alla vicenda del Minotauro, figure leggendarie. Minosse è considerato una denominazione generica analoga al titolo di faraone. E' anche chiaro che la fuga per via aerea di Dedalo e di suo figlio Icaro non ha nessuna possibilità di essere creduta un fatto realmente accaduto, come pure la vicenda di Arianna, fuggita con Teseo, da lui abbandonata sull'isola di Nasso e poi andata sposa al dio Bacco può essere accettata come invenzione della fantasia, ma ha ben poche possibilità di essere creduta un fatto realmente accaduto. Tuttavia la ricerca archeologica ha potuo appurare che in età preistorica, dal 2000 al 1400 circa avanti Cristo è fiorita una splendidissima civiltà le cui testimonianze più appariscenti sono i cinque palazzi reali (anaktora) la cui imponenza e magnificenza è tale da superare qualsiasi immaginazione. Lo storico chretese Theocharis Detorakis riferisce: "Il palazzo di Cnosso, l'opera più grande e più splendida dell'architettura minoica, copre un'estensione di 22.000 metri quadrati, s'innalza per tre o quattro piani ed ha circa 1.400 stanze. La sua dedalea complessità gli procurò, non infondatamente, presso i Greci delle epoche successive la leggendaria definizione di Labirinto. A Festo e Malia i palazzi reali sono più piccoli e coprono un'estensione di circa 9.000 metri quadrati, mentre il palazzo di Zakros è più piccolo (circa 7 - 8.000 metri quadrati), ma non è però meno splendido. "Hanno tutti lo stesso schema costruttivo: sorgono intorno ad un grande cortile e formano un molteplice e labirintico complesso edilizio. Non è possibile seguire la dettagliata descrizione che ne fa lo storico cretese, ma i pochi dati che ho riportato sono più che sufficienti per far comprendere che la civiltà minoica, la più antica sorta in Europa, non è una leggenda, ma una meravigliosa realtà. Quanto scrive Erodoto va perciò tenuto nella massima considerazione.

D'altronde se i poemi omerici, oltre che splendide opere della fantasia, non avessero alla loro base vicende realmente accadute, avrebbe potuto l'archeologo dilettante tedesco Heinrich Schliemann, mercante di professione, scoprire le rovine di Troia e portare alla luce le tombe di Micene e il tesoro degli Atridi?

Ma ritorniamo alla nostra citazione di Erodoto. Egli dice che minosse, figura fantastica o reale, morì di morte violenta in Sicilia. Ma quando morì esattamente? Noi sappiamo soltanto che la grande civiltà minoica scomparve in seguito ad un'immane catastrofe che i geologi collocano intorno al 1400 avanti Cristo: la terribile esplosione del vulcano di Santorini (Thera per i Greci) che coprì tutta l'isola di Creta con uno spesso strato di cenere e lapilli. Quindi dobbiamo desumere che la spedizione in Sicilia sarebbe avvenuta prima di quella data, ma non possiamo precisare quanto prima. Poi, continua Erodoto, "con l'andar del tempo i Cretesi tutti, tranne i Policniti e i Presi", abitanti di due città dell'isola di Creta, "spinti da un dio" cioè cu indicazione di un oracolo o qualcosa di analogo, "andarono con una grande armata in Sicania". Quando vi andarono? Se vi andarono per vendicare la morte di Minosse, certamente non molto tempo dopo e comunque prima della catastrofe di Santorino. Quindi sarebbero venuti nella Japigia prima del 1400 avanti Cristo, cioè in epoca preistorica e avrebbero assuntoil nome di Messapi e fondato la città di Yria. L'antica Yria non può essere altro che l'attuale Oria. Essa tuttora sorge su di un colle, l'unico colle elevantesi nella vasta pianura che si estende fra Brindisi fino a Taranto, l'unico luogo dove è possibile costruire un'acropoli, cioè una città forte per la sua posizione strategica al centro di una vasta e fertile pianura. Anche la glottologia ci aiuta ad identificare Yria con Oria. Nel corso di questa esposizione incotreremo molte parole in cui la ypsilon è diventata omicron-ypsilon, cioè ha assunto il suono 'u', non solo nella traduzioni dal greco antico in latino, ma anche, guarda caso, dal greco antico nel nostro bistrattato griko... Ma perché si sono chiamati o sono stati chiamati Messapi? Nella pianura circostante non mancano località, come Mesagne, Massafra, Misicori o Mizzicori in cui ricorre in qualche modo l'avverbio greco 'mesa', cioè dentro, al centro. La pianura dell'Attica, circondata ad ovest e ad est da alture più o meno elevate, è tuttora denominata Mesoghio, cioè 'terra di mezzo', quindi i Messapi sono verosimilmente i mesapoikoi (pronuncia mesàpiki) cioè i coloni della terra di mezzo.

Da quanto scrive Erodoto possiamo capire che i Messapi avevano un'organizzazione politica e militare assai potente, anche se non crearono, per quanto se ne sa, un regno unitario, ma si è portati a credere che costituirono una o più federazioni di città, indipendenti ma coese dalla comune origine e tanto forti da sconfiggere una città come Taranto, fra le più potenti della Magna Grecia, alleata per giunta con Reggio.

Sui Messapi riferisce, sia pur brevemente, Tucidide (Libro VII°, § 33/3) che Demostene ed Eurimedonte, generali ateniesi, nel 413 avanti Cristo conducevano una grande flotta ed un forte esercito verso la Sicilia dove era in corso l'assedio di Siracusa. Partiti da Corfù passarono lo Jonio fino al promontorio japigio, cioè fino a Leuca, e da lì approdarono alle isole Cheradi. Non è chiaro se con questo nome Tucidide intendesse riferirsi alle isolette che chiudono lo specchio d'acqua di fronte a Taranto, inteso oggi come Mar Grande per distinguerlo da quello più interno detto appunto Mar Piccolo, oppure alle isolette più accoglienti ad acclivi poste di fronte all'attuale Porto Cesareo. I due generali ateniesi si incontratono con "Artas, signore (dynastìs) di quei luoghi" col quale rinnovarono un'antica amicizia, cioè rinsaldarono rapporti di amicizia esistenti già da molto tempo, ottennero da lui centocinquanta lanciatori di giavellotti, particolarmente utili nelle battaglie navali che si prevedevano inevitabili e, ripresa la navigazione si diressero verso Metaponto per un altro scalo. Da questo passo di Tucidide non si ricava l'impressione che i due generali ateniesi abbiano trattato con un capo barbaro e con i suoi sudditi, ma con un alleato ed amico di vecchia data, che in un'operazione impegnativa fornisce accoglienza, amicizia ed aiuto.

Se, come sostengono molti studiosi italiani, i Messapi fossero stati una popolazione di stirpe italica e quindi "barbara" per gli Ateniesi, non si sarebbero comportati così generosamente, ma avrebbero potuto far valere nei loro confronti quella formidabile forza militare che decenni prima avevano messo in campo contro i Tarantini e i Reggini.

Un altro scrittore greco che si è occupato dei Messapi è Strabone. Come è noto, egli visse dal 63 avanti Cristo al 20 dopo Cristo. Viaggiò molto e soggiornò per alcuni anni a Roma. Come Erodoto fu il padre della storia, così possiamo considerare Strabone il padre della geografia. Trattando dei Tarantini riferisce che essi erano soliti servirsi di eserciti mercenari per le loro battaglie terrestri e non si dimostrarono sempre riconoscenti nei confronti di chi aveva combattuto per loro (Libro VI°, cap. 10°, par. 4). "Combatterono contro i Messapi intorno ad Eracle avendo come ausiliari anche i re dei Dauni e dei Peucezi". Dauni e Peucezi sono di stirpe italica e non desta meraviglia il fatto che abbiano aiutato da mercenari i Tarantini nella loro guerra contro i Messapi. Per inciso dirò che il sostrato linguistico dei dialetti italiani parlati oggi dagli abitanti delle province di Bari e di Foggia, le quali grosso modo corrispondono ai territori abitati nell'antichità dai Peucezi e dai Dauni, è così diverso dal sostrato dei dialetti romanzi salentini, che, mentre possiamo tranquillamente conversare in dialetto con i Calabresi ed i Siciliani, che hanno sostrato greco, non riusciamo affatto a comprendere i Baresi ed i Foggiani quando parlano il loro dialetto.

Strabone ebbe certamente una conoscenza diretta ed approfondita del Salento. Nel descriverne il territorio adiacente a Brindisi sostiene che "esso è stranamente eccellente perché, mentre in superficie sembra roccioso, quando lo si fende con l'aratro si scopre che ha terreno profondo e mentre non ha acque sufficienti, tuttavia dispone di buoni pascoli e di alberi in numero sufficiente. Tutta questa regione in tempi più antichi ebbe popolazione assai densa ed aveva tredici città, ma ora, eccettuate Taranto e Brindisi, le altre a causa delle disgrazie si sono ridotte a piccole città. Fa parte di questa Salentìa, i cui abitanti dicono di essere coloni cretesi". In questa città c'è anche il tempio di Atena, che fu un tempo ricco, e l'alta rupe che chiamano promontorio Japigio... Nella versione neogreca a mia disposizione, una nota precisa che la piccola città detta Salentìa sarebbe l'attuale Leuca, ma a mio giudizio non è da escludersi che possa essere stata Castrignano del Capo, di cui Leuca, fino ai tempi più recenti piccolo approdo di pescatori, è stata frazione... Inoltre il tempio di Minerva doveva sorgere sul promontorio dove attualmente è la chiesa della Madonna de Finibus Terrae. Strabone riporta anche le distanze intercorrenti tra Leuca e Otranto (150 stadii corrispondenti a circa 29 Km), tra Otranto e Brindisi (400 stadii corrispondenti a circa 77 Km). Sostiene che Rudiae è città greca, patria di Quinto Ennio e che per Messapia bisogna intendere la penisola salentina, che anticamente fu detta anche Calabria e Salentina, cioè il territorio a sud della linea Taranto-Brindisi; cita il famoso passo di Erodoto (8,170) e la fondazione di Oria ad opera di coloni cretesi, ma il nome della città in Strabone è Ouria; riferisce infine che "dicono che Brindisi fu fondata dai Cretesi, o da quelli venuti da Cnosso sotto la guida di Teseo, o da quelli venuti per mare dalla Sicilia con capo Japige" (vengono, infatti, sostenute le due versioni). Infine, il nome della città di Brindisi deriva da brention che nella lingua dei Messapi significa cervo e cioò perché il porto di Brindisi presenta numerose ramificazioni che lo fanno assomigliare alla testa di un cervo.

Strabone, inoltre, cita la città di Lecce col suo antico nome Loupiai (leggi Lupie), quella quella stessa città che noi Griki del Salento ancora oggi, dopo 2000 anni, chiamiamo Luppìu e non Lecce.

Un problema di non facile soluzione è, però, la lingua parlata dai Messapi. Se essi sono venuti nel Salento prima della catastrofe di Santorino (1400 - 1450 avanti Cristo) non potevano parlare il greco perché la lingua dei Messapi, anche se i reperti archeologici del V° - IV° secolo avanti Cristo trovati nei vari siti messapici del Salento testimoniano l'uso dell'alfabeto greco, non è però la lingua greca antica.

E non potrebbero essere venuti nel Salento dopo il 1400 - 1450 avanti Cristo per sottrarsi alla dominazione degli Achei? Inogni caso l'alfabeto greco usato dai Messapi è quello usato dai Tarantini nel V° secolo avanti Cristo.

Se i Messapi sono i Cretesi giunti nel Salento primo o dopo il 1400 avanti Cristo, fatto che non possiamo escludere aprioristicamente, quale lingua parlavano? I primi simboli grafici scoperti a Creta sono dei geroglifici raffiguranti corpi e teste di animali, corpi umani, attrezzi da lavoro, scuri bipenni e simili, risalgono al 2000 avanti Cristo. Il disco di Festo, rinvenuto a Creta intorno al 1700 avanti Cristo riporta una scrittura ancora non decifrata, catalogata come 'lineare A', usata fino al 1500 avanti Cristo. Essa convisse per secoli con i simboli geroglifici. Successivamente (1450 - 1400 avanti Cristo) apparve a Creta e in parecchi altri luoghi della Grecia un'altra scrittura, catalogata come 'lineare B'. Essa fu portata in Grecia e a Creta dagli Achei ed è stata decifrata nel 1952 dai ricercatori inglesi John Chadwick e M. Ventris. La catastrofe di Santorino coincise anche con l'irruzione degli Achei nel Peloponneso e a Creta. Venuti come dominatori, gli Achei costrinsero la popolazione autoctona a rifugiarsi sui monti e nei luoghi più impervii dell'isola dove conservarono la loro cultura per molti secoli. Vennero detti Eteocretesi, cioè Cretesi autentici. Riferisce il Detorakis che a Presò e a Driro sono state rinvenute epigrafi, attribuite al VI°-III° secolo avanti Cristo, scritte con caratteri greci, ma in una lingua incomprensibile, preellenica. Sempre il Detorakis ritiene che "una gran parte della popolazione cretese abbandonò l'isola e si trasferì nelle isole dell'Egeo, sulle coste dell'Asia Minore e perfino in Italia. Si parla, certo con una qualche esagerazione, di Diaspora cretese".

A questo punto non posso non rilevare che se a Presò e a Driro si rinvengono epigrafi scritte con caratteri greci in una lingua incomprensibile, la stessa cosa accadde nel Salento dove sono stati reperiti saggi di scrittura messapica, tuttora indecifrata, con caratteri greci e risalenti allo stesso periodo delle iscrizioni di Driro e di Preò sopra citate. Dopo quanto ho sommariamente esposto, non è ragionevole proporre agli specialisti del ramo come ipoteri di ricerca un confronto tra testi decifrati del lineare B, iscrizioni non decifrate in caratteri greci e le iscrizioni messapiche non decifrate scritte anch'esse in caratteri Greci?



Autore: Prof. Salvatore Sicuro - Martano

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