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I  PONTI  SULLO  IONIO  (Prefazione)

 

 

 

È interessante vedere come, nel processo dell’Europa nascente, i popoli europei con  rinnovato  interesse  rivanghino nel passato antico e recente attraverso la cultura, alla ricerca della loro storia in una luce nuova. Una luce di onestà  intellettuale, libera dai pregiudizi e da sovrapposizioni nazionalistiche e  religiose, prefigurando la futura Europa multiculturale e multietnica dei  popoli.

L’odierno recupero dei beni culturali è divenuta un’esigenza sentita, non solo per la  ricostruzione del percorso storico, ma per la consapevolezza che questi beni costituiscono  una ricchezza intrinseca da valorizzare, oltreché salvaguardia dall’appiattimento e dall’omologazione della globalizzazione.

In questo contesto, il recupero della chiesa di San Mauro, nei pressi del comune di Sannicola (Lecce), costituisce un esempio lodevole e degno di imitazione da ogni punto  di vista.

Fin dalla preistoria, le due sponde dello Ionio hanno fortemente interagito creando civiltà e cultura indelebili. Il Canale d’Otranto è stato quella esigua striscia di mare dove, in tutti i periodi storici, sono stati gettati “i Ponti sullo  Ionio” fra l’intero mondo d’Occidente e quello d’Oriente.

Mediante il simbolismo del Mito, veniamo indotti a credere che in questo mare, veicolo dell’arborea intercomunicazione delle Civiltà, predomini la presenza Cretese e dei Micenei narrati nell’Odissea dal sommo Poeta di tutti i tempi. Nell’antichità storica, la civiltà della Magna Grecia ha caratterizzato per secoli la regione ed i “Ponti sullo Ionio” sono divenuti il cordone  ombelicale con la madrepatria.

Ha fatto seguito il periodo Romano e la civiltà Greco-Romana, che hanno altresì avuto intensa presenza in questo mare.

Il periodo Bizantino, innestato in un supporto globalizzante dalle precedenti  fasi storiche, ha visto le due sponde ioniche svilupparsi con continuità, direi in certi casi etnica e comunque religiosa, in un più vasto sistema di valori  comuni.

Poli di sviluppo come Ravenna, coste Ionico-Salentine e coste Dalmate, ne forniscono la testimonianza.

Questo periodo storico, rimasto nell’oblio per lunghi secoli dal proscenio della storia europea, viene a rivalutarsi  simbolicamente attraverso il recupero  della chiesa di  S. Mauro, ed è importante che questa esigenza scaturisca non da entità storico-scientifiche, bensì costituisca la volontà popolare del recupero genuinamente culturale di un grande periodo latente.

 

 

            Prof. Christos  Stremmenos

     Già Ambasciatore di Grecia in Italia

 

 

 

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ON THE WEB

 

http://www.geocities.com/enosi_griko/churches-crypts1.html

 

http://www.anticasannicola.it/smauro.htm

 

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PANORAMA STORICO

 

 

Le Diocesi di Gallipoli e di Otranto vengono più volte menzionate nell'Epistolario di papa Gregorio Magno (590-604). Se questo papa inviava missive ai Vescovi di Gallipoli, di Otranto e anche di Taranto, ciò significa che quelle diocesi non erano solo importanti come Vescovadi salentini, ma anche perché i loro titolari amministravano una cospicua parte del patrimonio della Chiesa di Roma, che era nella zona ionico-salentina e nel basso Salento.

 

In età gregoriana, ripresero l'azione le devastanti guerre dei Longobardi in direzione della Puglia. Il duca Zottone, che fu il fondatore del Ducato di Benevento, permise qualche scorreria nella piana pugliese quasi ad esplorare la possibilità di un'estensione del proprio dominio verso est; ma non fece oltrepassare le sponde dell'Ofanto, temendo una reazione bizantina in zone impervie e sconosciute.  Fu in seguito il successore Arechi a riprendere la lotta nell'ultimo decennio del VI secolo, con l'obiettivo di aprire ai domini longobardi uno sbocco verso il mare Adriatico.

La presenza dei Longobardi nel nord della regione interruppe la continuità dei domini bizantini nell'Italia Meridionale che si affacciavano su entrambe le coste dell'Adriatico e del Tirreno.  Nondimeno le due popolazioni mantennero a lungo un periodo di pace e seppero coabitare di comune accordo negli stessi luoghi.

Un'improvvisa incursione di Slavi Illirici, provenienti dal mare, mise a soqquadro nel 642 coste e villaggi della zona settentrionale della Puglia. Così tre popolazioni guerriere si fronteggiavano insieme tra insidie e battaglie e saccheggi. Il successo degli Slavi sui Longobardi di Aione, caduto sull'Ofanto, fu annullato dal successore Rodoaldo, che li respinse e li ributtò in mare.

Ma l'episodio di rilevante spessore che si inserì nel quadro degli scontri, che non conoscevano in pratica né vincitori né vinti, fu la venuta del Basileus Costante, che sbarcò a Taranto nel 663. Era la prima volta che un imperatore bizantino metteva piede nel Meridione alla guida di un esercito, e in un momento di pressante pericolo di invasioni arabe lungo i confini orientali dell'Impero, nell'Asia Minore.  La sua venuta tentò di rafforzare il potere imperiale che sembrava abbastanza compromesso dai rovesci militari subiti da parte dei Longobardi: agli occhi delle popolazioni rurali quel potere appariva lontano o inafferrabile.

Paolo Diacono, l'unica fonte longobarda benché assai tarda rispetto a questi fatti del VII secolo, dice che sarebbe avvenuto un accordo tra il basìleo ed il pontefice allo scopo di impedire che la capitale della cristianità occidentale cadesse in mano longobarda, dal momento che Roma era praticamente circondata dai domini longobardi.

In realtà, Costante II venne in Italia per strappare ai Longobardi le regioni perdute o lasciate “incustodite” militarmente, per rendere omaggio al nuovo papa ed, in ultimo, per imprimere un nuovo ordine amministrativo ai possedimenti greci, ordine nel quale partecipavano come funzionari anche i sudditi del luogo, purché avessero dato segni di valore e di fedeltà.

Quindi nella primavera di quell'anno 663 il basìleo comparve con la flotta nel Golfo di Taranto e vi sostò in attesa dell'arrivo di un altro contingente proveniente dalla Sicilia.  All'occupazione della città ionica seguirono in poco tempo le conquiste di Oria, di Ceglie, di Monopoli, di Conversano e poi del promontorio del Gargano. I Longobardi furono cacciati dalla regione; ma riprendendo le ostilità furono i bizantini a subire una dura sconfitta prima dal duca Grimoaldo e poi dal successore Romoaldo, che riconquistò i territori pugliesi del centro nord.

Ai bizantini rimasero Taranto, Brindisi, Gallipoli e Otranto e tutta la piana salentina, che da allora prese il nome di Terra d'Otranto.

Sul lato nord questi confini furono protetti dal cosiddetto “Limitone dei Greci”, una linea formata da una serie distanziata di castra di sorveglianza e di difesa, secondo quanto afferma lo Schmiedt che lo paragona a quello del Friuli dello stesso periodo.

Le lotte ripresero a metà circa dell'VIII secolo, allorché sopraggiunsero altri fattori favorevoli ai longobardi, fra cui le ripercussioni di ostilità manifestate dalle popolazioni indigene alla questione dell'iconoclastia. Un editto del 727, emanato dal basìleo Leone III Isaurico, diffuse in tutte le province dell'Impero Romano d’Oriente il divieto di venerare le immagini, le icone; da questo divieto non erano escluse le province italiane nonostante l'influenza diretta o indiretta del Papato romano. Inoltre la convivenza con i longobardi “cristianizzati” generava una graduale simbiosi, improntata a una reciproca influenza di vita e di costume, a più stretti rapporti civili, che fugavano ogni ulteriore ostilità di armi, specie di fronte al comune pericolo dei saraceni.

 

Nel IX e X secolo nuove e più terribili minacce si abbattevano su tutto il Meridione: erano le spaventose incursioni saracene provenienti dall'Africa settentrionale, nonché le saltuarie ma non meno sanguinarie invasioni ungariche dell'Europa centrale che qui giungevano come sparse propaggini di nuclei sbandati e senza meta.

La prima comparsa araba avvenne in Sicilia nel 652, ma non ebbe effetti immediati: fu l'inizio di un tormentato periodo di piraterie girovaganti per il Mare Ionio; i predoni sbarcavano di tanto in tanto sulle coste meridionali per fare razzie di cose e di persone. I berberi in particolare fecero la loro comparsa su Taranto intorno al 700, e da allora saccheggi e distruzioni si susseguirono nell'arco dei tre secoli prima del Mille. Longobardi, salentini, bizantini e franchi carolingi facevano talora lega comune per respingerli. Le aggressioni avvenivano a sorpresa e le popolazioni colpite non erano nelle condizioni di opporre resistenza.

Nell'838 i berberi piombarono sulla città di Brindisi, che era allora in mano longobarda, e fra il terrore degli abitanti e l'impreparazione delle guarnigioni militari non ebbero difficoltà a conquistarla. Il castaldo Sicardo lasciò la città portuale per riorganizzare un esercito in vista dello scontro aperto.  Ma l'impresa non fu fortunata: le schiere caddero in una trappola tesa dai saraceni, che avevano scavato delle profonde fosse mimetizzate. Pertanto Brindisi fu abbandonata a sé stessa e i suoi abitanti furono in parte uccisi e in parte fatti schiavi e portati in Africa.

La città si spopolò drasticamente e divenne un fantasma desertico a vantaggio di Oria, che era internata e più in collina: anche la sede del Vescovado vi si trasferì per sicurezza.

Due anni dopo fu la volta di Taranto, nell'840, e l'incursione saracena avvenne in un momento assai difficile a causa della guerra civile tra i principi longobardi di Benevento.  Uno di essi era tenuto prigioniero a Taranto, un centro commerciale abbastanza prospero. I suoi partigiani lo liberarono travestendosi da mercanti e lo riportarono a Benevento proclamandolo Principe. Distratti da tali vicende, i longobardi tarantini non opposero sufficiente resistenza e i berberi ebbero modo di insediarsi nella città e rimanervi per decenni. In tale occasione faceva la prima comparsa una flotta veneziana di 60 navi, che agiva per conto del basìleo Teòfilo e che aveva affrontato i pirati slavi nell'Adriatico; ma la flotta fu decimata.

Taranto fu trasformata in un Emirato saraceno, divenne un importante centro marittimo per i mussulmani, che vi concentravano le navi del Mare Ionio. La stessa sorte toccò a Bari l'anno dopo, nell’841, e anche questa città rimase sotto il dominio saraceno per decenni. Entrambe ebbero collegamenti marittimi con Siracusa, che fu l'ultimo porto siciliano caduto in mano araba.

In realtà solo Otranto era nelle condizioni militari e difensive per resistere all'assedio saraceno posto dal mare: avevano retto bene le sue mura poderose e inespugnabili, dal momento che un altro tentativo fu fatto più tardi dagli ungari, nel 924, che scendevano dall'alto Adriatico. Era la roccaforte più sicura di tutto il Salento e lì si rifugiavano principi e funzionari in situazioni di pericolo.

Le incursioni si alimentavano sempre più a causa delle continue crisi del Ducato di Benevento. I due contendenti, Sichenolfo e Radelchi, ex tesoriere aspirante al titolo di Principe, assoldavano schiere di saraceni mercenari di diversa origine: siciliana, africana e spagnola. Assetati di violenza e di saccheggi, passavano con pari spregiudicatezza alle dipendenze o dell'uno o dell'altro, e si sentivano autorizzati a spadroneggiare e a saccheggiare ovunque.

A rendere ancora più complesso lo stato di anarchia nel Meridione intervenne il re franco Ludovico II, figlio di Lotario, che fu chiamato dai Campani preoccupati dei gravi risvolti in cui versava Benevento.  Il re franco riuscì a pacificare i due rivali ma a spese della vecchia unità del Ducato, che fu diviso, come divisa in parte fu anche la Puglia.  Taranto passava a Sichenolfo e Bari a Radelchi, mentre l'estremo Salento rimaneva in mano bizantina.  Ma fu una vittoria sconcertante, perché nella realtà erano i saraceni ad avere partita vinta, fra prìncipi inetti e rissosi e popolazioni terrorizzate.

La discesa del re carolingio nel Mezzogiorno e nella Puglia centrale mise subito in allarme i bizantini, i quali sino a quel periodo degli scontri longobardi non avevano mostrato interesse a difendere le terre pugliesi, se si esclude la fortezza di Otranto.

L'iniziatore della nuova dinastia dei Macèdoni, il basileo Basilio I (867-876), nel quadro di riordino dei territori imperiali a lungo trascurati, riprese l'offensiva contro i saraceni in questo lato occidentale italiano, così come faceva allo stesso tempo sui territori asiatici al confine coi mussulmani. Predispose un piano di movimenti navali sul Mare Ionio e sul canale d'Otranto allo scopo di tagliare il cordone saraceno che circondava la Puglia e la Calabria, e che iniziava dalla Sicilia ormai totalmente in possesso degli arabi. In una tale impresa che richiedeva un gran numero di legni e un'agile manovrabilità nella prontezza dei movimenti, Basilio I trascinò ancora una volta Venezia. Il doge Orso approntò una poderosa flotta in prossimità della Terra d'Otranto: così Venezia si costruiva gradualmente l'esperienza di una futura potenza marinara all'ombra del “colosso” bizantino.

Nello stesso tempo un accordo fatto con il carolingio Ludovico II, non privo di occulte reciproche diffidenze e di prolungate incertezze operative che solo dopo furono superate, permise alle truppe dei due imperatori di tenere a bada la regione anche dal lato della terra ferma. I saraceni perciò furono ricacciati definitivamente dalle zone occupate dei due emirati. Ma ciò non debellò del tutto il pericolo di ulteriori incursioni dal mare che si perpetrarono a lungo ancora e in pratica sino alla venuta dei Normanni.

D'altra parte le popolazioni si sentivano spesso abbandonate da un potere pressoché inesistente, anche dopo la prima fase della riconquista bizantina. Sovente nei due secoli successivi, erano esse stesse a organizzarsi per la difesa, alimentando con proprie reclute inesperte le truppe guerriere o sostenendo con propri funzionari il debole potere locale, anche se lo si esercitava in nome di Bisanzio.

 

Sullo scorcio del IX secolo, Bisanzio mandò un altro esercito al comando del generale Niceforo Foca il Vecchio allo scopo di rafforzare le funzioni amministrative del Mezzogiorno d'Italia.

Il castaldo di Bari, un longobardo, non fu nelle condizioni di contrastare la marcia dei bizantini verso la città per rioccuparla, e preferì consegnarla direttamente allo stratego di Otranto, un tal Giorgio, che vi si trasferì.  Bari divenne allora la sede della nuova provincia meridionale bizantina, il fulcro amministrativo e militare del nuovo Thema di Langobardia, nome con cui d'ora innanzi i bizantini designavano indifferentemente tutto il territorio meridionale longobardo.

Le reiterate aggressioni continuavano a persistere e a terrorizzare. Nel 925 i saraceni attaccarono ancora una volta Taranto dal mare, penetrarono nell'entroterra, sconfissero i bizantini provenienti dal nord della regione e presero Oria, che subì distruzioni e saccheggi. Molti suoi abitanti furono deportati come schiavi nei mercati islamici, e solo pochi fecero ritorno dopo un lauto riscatto. Le stesse popolazioni del tarantino non poterono contenere il loro impulso di indignazione, di malcontento e di ribellione contro i funzionari di Bisanzio, che si dimostrarono incapaci di un sufficiente grado di governabilità e di prevenzione contro gli agguati saraceni tra il 928 e il 934. Il potere fu ripristinato più tardi dallo stratego Niceforo Foca il Giovane, che si mosse dalla Calabria e dalla Lucania per ordine del basileo Leone VI il Saggio, che di lui lodava le virtù guerriere e diplomatiche.

 

Nella seconda metà del X secolo, Bisanzio era impegnata nei territori di confine dell'Asia mussulmana, dove lottava per la sua stessa esistenza politica dato che subiva non pochi rovesci.

Invece, l'Italia ormai si difendeva in pratica da sé: ogni città della Puglia e della Calabria organizzava milizie locali e si avvaleva relativamente delle poche guarnigioni bizantine presenti. Le scorrerie saracene non lasciavano tregua: ancora una volta Taranto e Oria vennero date alle fiamme, Brindisi fu saccheggiata nel poco che aveva, e solo Otranto si salvava grazie alle sue mura.

In una tale situazione mise ancora più allarme la discesa di Ottone I di Germania, che ricevette l'incoronazione imperiale a Roma nel febbraio del 962. La discesa riportava di attualità il rischio delle mire espansionistiche nel Meridione bizantino da parte degli Imperatori di Sassonia.  Bisanzio non potè intervenire.

Il successore Ottone II discese nel Mezzogiorno, entrò in Bari e prese per breve tempo Taranto, giustificando il suo intervento come difesa della cristianità ed aiuto alle popolazioni vessate dalle scorrerie saracene. Poi venne battuto a Stilo in Calabria nell'estate del 982. Bisanzio questa volta fu costretta a intervenire in maniera decisa: inviò delle truppe in Italia per difendere le province imperiali, che fece poi raggruppare in un Catepanato con il capoluogo a Bari, nel 975: era una nuova istituzione amministrativa che sostituiva il vecchio Thema.

Tuttavia, la liberazione della città dalle frequenti incursioni saracene fu opera soprattutto dell'intervento navale di Venezia, sollecitato dal basileo nel 1006. Ma questo non valse granché a rendere più tranquillo il dominio bizantino: nel barese le rivolte per la cattiva amministrazione si susseguivano nel corso dell'XI secolo. Basti ricordare quelle del longobardo Melo di Bari, scoppiate tra il 1010 e il 1017, nelle quali comparivano per la prima volta gli ausiliari normanni.

Fatto sta che il rischio di un distacco, in questa situazione sfuggente, del Catepanato pugliese da Bisanzio si faceva sempre più possibile. Un momentaneo intervento armato del Catepano Basilio Boianne ebbe l'effetto di scongiurare l'estendersi della rivolta, nel 1028.  Senonché la morte dell'imperatore d'Oriente Basilio II di qualche anno dopo mise tutto in forse; e il possesso delle terre italiane si presentava più incerto che mai.

 

Il rapporto con le proprietà della Chiesa di Roma, presenti in Puglia e nel Salento, come si evince dalle lettere di papa Gregorio Magno, era fondato sull'enfiteusi. Le Diocesi davano ad alcune famiglie contadine l'usufrutto del terreno agricolo più lontano dalle proprie sedi; ma a condizioni più favorevoli e più umane. Le proprietà più vicine alle sedi erano fatte coltivare per conto diretto della Chiesa e fatte condurre in massa (da cui masseria) come dice una di quelle lettere.

I longobardi della Puglia, essendo più guerrieri che contadini, non curavano le coltivazioni delle terre occupate.  Le demandavano alla popolazione locale latina, preferendo conservare le proprie abitudini di cacciatori nei boschi e nella macchia, oppure preferendo allevare suini allo stato brado in cui si rivelavano più esperti.

Con l'intrecciarsi degli eventi bellici dei secoli VII-X le situazioni si andarono mutando e differenziando, anche perché via via avveniva una rifusione delle etnie che si susseguivano in virtù delle invasioni e delle conquiste. Poi la politica iconoclastica dell'VIII secolo; al rifiuto di Roma di accettarla sui territori italiani e per giunta di sua proprietà, l’imperatore rispose con la confisca di questi suoi beni terrieri ovunque si trovassero, e quindi anche di quelli della Puglia e del Salento.

Successivamente Bisanzio fece seguire una riforma che prevedeva la creazione di piccole proprietà assegnate ai contadini-milites in cambio delle prestazioni tenute nell'esercito stanziato nelle province. L'ordinamento perdurò finché i normanni cacciarono i bizantini dalla regione, nel corso dell'XI secolo.

Pertanto il sistema della conduzione familiare dei tanti fundi di proprietà diretta divenne, proprio a cavallo del Mille, il punto di forza dell'economia agraria salentina e pugliese.  Se si dava il caso che, per mancata produttività, una di queste singole famiglie non fosse in grado di pagare la quota fiscale corrispondente alla propria entità agraria, lo Stato bizantino si rivaleva sulla comunità del villaggio rurale a cui apparteneva quella famiglia inadempiente.

La riscossione avveniva tramite i funzionari addetti che risiedevano nei centri cittadini.  Il villaggio rurale insieme al suo suolo agrario costituiva per l'ordinamento bizantino una unità economica inscindibile che assommava contadini liberi, affittuari e nullatenenti.

Era inoltre una entità fiscale o circoscrizione, e come tale iscritta sui registri di catasto del Catepanato pugliese che faceva capo a Bari.

Questa cellula del complesso organismo fiscale, più che demografico, costituiva il fondamento giuridico del chorìon (villaggio): la sua estensione variava da una zona all'altra della regione in proporzione diretta alla natura del suolo, collina o pianura o terreno boschivo o roccioso.

Era sufficiente che una famiglia locale o immigrata bizantina dissodasse un terreno abbandonato o incolto, richiamasse altri contadini non impegnati o almeno che risultassero nullatenenti per il fisco, perché quella famiglia formasse la base del chorìon e come tale rispondesse del nucleo collettivo dinanzi al fisco. Da allora in poi l'imposta cadeva su quel gruppo che poteva ingrandirsi con l'aggiunta di altre terre e di altri contadini sino a costituire un villaggio rurale fortificato o non fortificato.

La secolare coabitazione tra longobardi e bizantini nelle zone pugliesi e salentine non aveva creato problemi di convivenza, salvo che nei periodi di ostilità. Ognuno di essi conservava le proprie tradizioni e la propria cultura, benché non si possa prescindere da una reciproca influenza di costumi e di mentalità.

Se l'analisi filologica delle attuali lingue dialettali della zona ionica e salentina può avere una valenza storica per il nostro caso, occorre dire che esse nella loro varietà lessicale rappresentano un primo “documento” della certezza delle diverse etnie esistite intorno al Mille in tutta la regione, con le loro impronte di cultura e di lingua lasciate in maniera più o meno duratura.

Da tempo nell’Impero bizantino era adottata una politica del trasferimento di varie genti dall'Oriente all'Occidente: motivata sia da ragioni demografiche di zone largamente spopolate, sia da esigenze di strategia militare di queste nostre terre di fronte alla presenza dei longobardi o degli arabi e alle insidie drammatiche delle piraterie.

L'insediamento dei funzionari e delle loro famiglie pilotava in un certo senso la linea dello spostamento dei gruppi orientali nelle regioni del Mezzogiorno; le quali, data la loro scarsa densità demografica, erano tutte pressoché da rimettere in sesto e da far fruttificare.  Inoltre Otranto, Brindisi, Taranto, Bari, nonostante le difficoltà delle navigazioni, rimanevano pur sempre delle importanti stazioni marittime nell'alveo dei traffici internazionali centro-orientali.  E dunque continuavano a considerarsi degli “approdi facili” per l'afflusso di monaci, di pellegrini, di mercanti, nonché di gruppi etnici che volevano sfuggire alle persecuzioni religiose o che miravano ad una vita più tranquilla rispetto alle loro terre di origine.

 

Anche la venuta dei monaci bizantini contribuì a pilotare il fenomeno. Gruppi sparsi di immigrati si stanziarono anche a Gallipoli, a Nardò e lungo la fascia ionica. Certo è difficile, data la scarsezza delle documentazioni dirette, precisare una mappa della collocazione delle popolazioni in Terra d’Otranto senza poter fare riferimento a tutta la Puglia dove la varietà delle presenze orientali appare un po' più documentata. Fatto sta che la divisione della Terra d'Otranto in due zone diverse deve essere accettata con il beneficio d'inventario. La prima era il territorio del basso Salento intorno a Otranto dove l'elemento greco si presentava più compatto e omogeneo: Otranto era una fortezza inespugnabile e richiamava genti più lontane dalla propria zona amministrativa e diocesana.  La seconda era nella zona a nord di Lecce e comprendeva le attuali province di Brindisi e di Taranto. Nonostante la presenza di gente italogreca, le due città erano più soggette a una varietà di popolazioni longobarde, arabe, ebraiche.

 

 

 

ASPETTI RELIGIOSI

 

 

Le due Autorità Supreme (temporale e spirituale) dell’Impero Romano d’Oriente si coniugavano nella persona del Basileo.  In particolare la dinastia dei Macèdoni (867-1056) impose questo processo di assimilazione e di Unicità del Potere, nonché di diritto dinastico, durante la secolare fase di ellenizzazione delle terre ionico-salentine, dove mirava a definire e ad assicurare la perpetua permanenza del segno divino e politico della figura dell'Imperatore, che era il luogotenente sulla terra del Creatore posto in Cielo. E come Questi era la legge dell'universo creato e il Santo il suo delegato, altrettanto il Basileo era la “legge incarnata”, cioè al di fuori della norma scritta, e il funzionario la voce delegata.  Entrambi dunque erano la Legge. Quando l'imperatore parlava, era la Legge che usciva dalla sua bocca; il funzionario la faceva solo applicare e la massa dei sudditi era tenuta solo ad accettarla. Tutto l'ordine mentale era il risultato di questo semplice archetipo del Divino trasferito nel civile, e la cieca sudditanza vi era legata antropologicamente e ritualmente senza soluzione di continuità.

Se perciò si era servi di Dio Padre, per la stessa ragione si era servi ossequiosi del volere dell’Imperatore, il dio della terra vivente, e per questo si era altresì servi del funzionario civile e militare, suo rappresentante locale. Il punto pratico di coesione di entrambi i casi era insieme religioso, iconico e gestuale.

Da un lato l'icona di Dio che con la mano manda il gesto della benedizione, poteva simboleggiare il comando, l'investitura, la maestà; dall'altro l'icona del Basìleo che fissava indistintamente i suoi sudditi, significava l'immagine onnipresente di un dio terreno che dominava e trionfava ovunque, nel centro come nella periferia dell'Impero. Perciò doveva essere inculcato nelle plebi il concetto del potere divino rivolto alla persona del basileo, in modo che venerando Dio, effigiato statuariamente nelle icone, si venerava automaticamente il Padrone dell'Impero.

Da qui derivavano le tante immagini fisse e senza ammissibili variazioni negli ipogèi o nelle chiese subdiali bizantine di Terra d’Otranto nei secoli X-XII.  I Pantocràtor e la Dèesis, cioè il trittico costituito dalle figure del Cristo, della Vergine e di San Giovanni Battista, se pure possono rappresentare il Cuore della Famiglia Cristiana ortodossa, decentrata in provincia, erano ancora visti dall'occhio sempre pavido del plebeo come l'immagine identica della figura imperterrita e ipnotica dell'Imperatore e della sua Famiglia.

Un sistema così drasticamente e fissamente impostato non poteva non incidere perfettamente nella cultura antropologica e associativa delle popolazioni rurali dominate: coinvolgevano anzitutto la coscienza individuale, come un dato incancellabile e invariabile, prima ancora delle istituzioni civili e religiose ortodosse.

 

Tra la provincia salentina e Bisanzio si era stabilito un legame di dipendenza preferenziale se non proprio assoluta, e comunque molto più saldo rispetto al resto del territorio pugliese, non escluse Brindisi e Taranto. Otranto era il baricentro di un tale legante, che l'assimilava all'estremo lembo della Calabria.  Nel Salento si ripetevano le funzioni rituali ortodosse diffuse dalla politica religiosa di Bisanzio in tutto l'Impero: era un segno di unità e di compattezza, che rimase pressoché intatto anche con il dominio dei normanni e degli svevi. Ma su che cosa si basava questo principio?

A che cosa fu dovuta tanta resistenza alle influenze cristiano-occidentali?  Perché queste influenze non riuscivano ad oltrepassare, almeno prima dell'XI secolo, i confini otrantini?

In sostanza fu la conseguenza del trauma delle irruzioni saracene su tutta la Puglia. La fede cristiano-ortodossa di Bisanzio ebbe modo di definirsi, di rafforzarsi nelle coscienze dei fedeli di questi nostri luoghi di fronte alla fede cristiano-latina, che si dimostrava debole.

I pericoli continui delle incursioni saracene nel Mezzogiorno denunciavano agli occhi di Costantinopoli la scarsa consistenza politica del Papato di Roma. Non solo sembrava vacillare davanti alle piraterie ed agli eccidi dei saraceni, ma non opponeva neppure una confortante resistenza alla politica iconoclastica degli Imperatori Isaurici, al di là del rifiuto di accettarla. Insomma, il Meridione era in balia del più forte che si cimentava nelle guerre antisaracene; ed in ultimo, benché faticosamente, fu l’Imperatore d’Oriente ad avere mano vinta su questo controverso lato occidentale del territorio imperiale.  E fu ancora una tale persistente situazione a convincere Costantinopoli a consolidare l'unità territoriale dei possedimenti italiani, facendo perno su quei due punti di forza che si sono detti: sul concetto di Unicità del Potere Sovrano e sull'espressione religioso-rituale della fede ortodossa.

Così come aveva fatto nei Balcani e nell'Anatolia, in Asia Minore, la capitale bizantina impose nelle province di Terra d'Otranto e della Calabria centromeridionale l'esatta esecuzione della volontà imperiale in materia di fede, che doveva essere unica e non comportare alcuna “eresia”.

Perciò tutti i territori dell'Impero dovevano essere assimilati al Patriarcato di Costantinopoli, il braccio destro del Basileo nel sistema ecclesiastico orientale.

La Cristianità ortodossa differiva da quella cattolica nei costumi, nella liturgia, nel calendario, nel diritto canonico. Alcune feste si celebravano in giorni differenti. Certi Santi occidentali non erano accettati in Oriente. Preghiere e formulari liturgici presentavano qualche differenza.  Nel periodo della Quaresima la Chiesa Romana officiava la messa ogni giorno, quella Ortodossa solo il sabato e la domenica.  Il battesimo in occidente si eseguiva, e si esegue, immergendo una sola volta il neonato nell'acqua santa, in oriente si conservava l'usanza della triplice immersione.  La cresima si impartiva, e lo si fa tuttora, in età almeno adolescenziale presso i latini; invece subito dopo il battesimo presso gli ortodossi; e così continuando.

Tuttavia, se questa linea era chiara sui princìpi della divergenza di entrambi i poteri, non ebbe manifestazioni pratiche in Terra d’Otranto, almeno fin tutto il periodo normanno: le consuetudini locali prevalevano sull'obbedienza ai princìpi. Nella Puglia bizantina del X-XI secolo la coabitazione con le genti romano-longobardiche sconsigliava naturalmente di fare assumere atteggiamenti piuttosto estranei ai fedeli del luogo. I quali preferivano abitudinariamente seguire la propria fede o nella versione latina o nella versione ortodossa, attenendosi alle rispettive autorità religiose locali.  Nel basso Salento, impregnato di cultura e di lingua ellenica, l'obbedienza ai costumi e ai rituali liturgici orientali era pressoché totale o comunque non si presentava incrinata da dubbi o da influenze esterne.

D'altronde, l'arte di questo periodo a cavallo del Mille era frutto di manifestazione della sincera fede ortodossa. I cittadini del Salento non esitarono a dimostrare il loro credo greco non solo nelle icone parietali delle chiese rupestri, e subdiali e ipogeiche; ma anche nella costruzione dei templi greco-ortodossi del X o XI secolo, come la Chiesetta di San Pietro nel cuore di Otranto, la Chiesetta di Castro pressoché distrutta e la Chiesetta dei SS.  Crisante e Daria di Oria, che è forse più antica delle altre due. La loro forma è appunto a croce greca e nella chiesa di Otranto la cupoletta sormonta i quattro bracci uguali, in tutto simile alla “Cattolica” di Stilo in Calabria, circa dello stesso periodo.

 

Nel Salento esistono altri due antichi luoghi di culto dedicati allo stesso Santo della chiesa nei pressi di Sannicola. La loro storia si inserisce in quel filone religioso che vide protagonista, nell’alto medioevo, nelle terre della Magna Grecia, gente semplice alla ricerca di luoghi solitari ove condurre una vita all’insegna della preghiera. A tale movimento seguì quello dei monaci basiliani che si insediarono nelle grotte delle foreste salentine per sfuggire alla persecuzione iconoclasta. Il primo è la Cripta basiliana di San Mauro a Presicce, mentre il secondo si trova ad Oria ed è pure esso una Cripta basiliana dedicata a San Mauro. Questa è profonda sei metri sotto l’attuale santuario di S. Antonio da Padova. Oggi la cripta è meta di pellegrinaggi. L’interno è caratterizzato da una nuda compostezza interrotta, solo sulla parete orientale, da una serie di immagini del X-XI secolo che ne costituisce la decorazione pittorica. Alle spalle del piccolo altare si riconosce San Mauro, in abiti abbaziali, con mitra, pastorale nella mano destra e libro della regola nella sinistra; altri affreschi sono dedicati alla Madonna col Bambino, a Cristo coronato di spine, alla Madonna del Melograno ed a San Giuseppe.

 

Ma non solo sulle coste ioniche di Terra d’Otranto vi sono testimonianze architettoniche relative a San Mauro. Sulle coste dell’Alto Adriatico, a Parenzo d’Istria (nell’odierna Croazia) esiste la Basilica Bizantina Eufrasiana del VI secolo (il primo e più antico edificio cristiano in Istria ed attualmente inserito nel programma di protezione e salvaguardia dell’UNESCO); al suo interno, sottostante l'altare maggiore, si trovano le ossa di San Mauro, vescovo parentino, raccolte in un’urna argentea donata dai cittadini nel 1934 allorché le spoglie del santo furono restituite dai Genovesi dopo sei secoli.

 

Come per l'ordinamento civile, le gerarchie diocesane di Terra d’Otranto dipendevano dal Patriarca di Costantinopoli.

Passata la bufera dell'iconoclastia, che non ebbe più seguito dall'843 per opera di Teodora, vedova del defunto Teofilo, i basilei continuarono ad assumersi il compito di vigilare sull'applicazione dei dogmi e degli ordinamenti della Chiesa ortodossa nelle province italiane. Il solco della separazione dalla Chiesa di Roma era ormai reale benché non formale. I Patriarchi dipendevano dagli imperatori, in qualità di garanti in primo grado dell'ordinamento ecclesiastico orientale. Fu Niceforo Foca II che volle dare un peso specifico alla funzione religiosa del primo della gerarchia ecclesiastica. Il Patriarca era il capo dell'oikoumene bizantino, cioè capo ecumenico a pieno titolo, a cui erano demandate le nomine degli alti dignitari ortodossi nelle province diocesane. Non doveva prescindere mai dal consenso del basileo, che in non pochi casi proponeva suoi candidati. Un'eventuale opposizione era penalizzata o con le dimissioni o con l'obbedienza formale del patriarca.

Agli inizi del X secolo esistevano in Calabria due diocesi metropolitane dipendenti direttamente da Costantinopoli: Reggio e Santa Severina, ai piedi del promontorio della Sila, sul lato ionico. Otranto era un'Archidiocesi autocefala. I costumi e le liturgie, il calendario e i riti erano rigorosamente conformi a quelli bizantini. Le prime due sedi raggruppavano suffraganei sparsi nella regione calabrese. La sede di Otranto non aveva suffraganei, almeno in un primo tempo, e rimaneva unita al patriarcato di Costantinopoli con la funzione di “avamposto della Chiesa greca nella Longobardia latina”.

Per un certo periodo, a partire dall'880, anche le chiese di Taranto e di Brindisi diventarono dipendenti dal Patriarcato, perché la riconquista macedone le aveva ricondotte nell'orbita della chiesa bizantina.

La diocesi di Gallipoli risultava suffraganea di Santa Severina, posta sull’altra sponda del golfo di Taranto.  E lascia altrettanto perplessi il fatto che nel secondo cinquantennio del X secolo fu aggiunta la dipendenza della Diocesi di Castro, poco a sud di Otranto.  Invece, a cavallo del Mille, le diocesi di Oria-Brindisi e di Taranto risultano occupate da prelati latini e perciò dipendenti dal papa.

Più volte Bisanzio tentò di imporre la nomina di un vescovo greco a Taranto, per tentare di ellenizzare la popolazione, ma senza in pratica riuscirvi.

In realtà una vera e propria bizantinizzazione delle attuali province di Taranto e di Brindisi non si concretizzò mai, e la dipendenza diocesana da Costantinopoli era piuttosto formale, dato che qui i due riti, quello greco e quello latino, erano seguiti in maniera paritaria o più a vantaggio del secondo.

Nel 968 il Patriarca otteneva il consenso di dare all'Arcivescovo di Otranto, sino ad allora rimasto autocefalo, l’autorizzazione di consacrare cinque nuovi diocesi greche e i loro titolari: Matera e Tricarico, in Lucania, e Acerenza, Gravina e Tursi, in Puglia.

 

Se l'obiettivo principale della politica ecclesiastica normanna fu la sostituzione, nelle aree a più forte influenza bizantina, dei vescovi greci con vescovi latini, non sembra più possibile, invece, pensare ad un progetto che avesse di mira la latinizzazione delle fondazioni monastiche italo-greche.

Non c'è alcun dubbio, infatti, che i Normanni, pur avendo dato un notevole impulso alla diffusione del monachesimo benedettino, si siano trovati di fronte, soprattutto in Calabria e nel Salento, ad un consistente numero di monasteri italo-greci, verso i quali non si dimostrarono assolutamente ostili: basti pensare, ad esempio, che le recenti e puntuali indagini condotte sulla situazione monastica dell'Italia meridionale nel periodo successivo all'avvento normanno, hanno sufficientemente dimostrato come le strutture istituzionali ed economiche dei monasteri greci furono, salvo alcune eccezioni, lasciate praticamente intatte; o basti ricordare che proprio tra XI e XII secolo venne promossa la fondazione o la restaurazione di alcuni importanti insediamenti monastici italo-greci come quelli dei Santi Elia e Anastasio di Carbone, di S. Giovanni Theristis di Bivongi (RC), di S. Maria del Patir di Rossano, di S. Salvatore di Messina, di S. Nicola di Casole, presso Otranto, e di S. Vito del Pizzo, presso Taranto. È ormai opinione comune considerare l'intervento dei Normanni sulle strutture monastiche greche del Mezzogiorno d’Italia come del tutto privo di un disegno preciso, ma tuttavia ispirato ai principi della tolleranza religiosa, in quanto rivolto a ricercare per ogni monastero pervenuto in loro possesso, greco o latino che fosse, la soluzione più adeguata alla sua sopravvivenza, valutando caso per caso la particolare e contingente situazione di ciascuno di essi.

Ben si comprende, comunque, che tanto i provvedimenti in favore dei monasteri greci ancora autosufficienti quanto la cessione di quelli completamente in rovina o abbandonati perché fossero rivitalizzati sul piano economico e restituiti alle loro funzioni, per non parlare poi della fondazione di nuovi monasteri greci, non vadano attribuiti solo ad un atteggiamento tollerante in campo religioso, ma anche al calcolo politico, tipica costante dell'azione normanna: è quanto meno probabile che in una cruda logica di potere i prìncipi normanni abbiano protetto e favorito il monachesimo italo-greco per attrarlo nella loro orbita politica e per strumentalizzarlo, al pari di quello latino, per l'opera di generale pacificazione del ducato prima, del regno poi, e per il conseguimento di quei consensi sociali che la brutalità della conquista aveva in più casi loro alienato.

In generale, l’azione normanna in campo monastico evidenzia prevalentemente, piuttosto che un'indiscriminata cessione di monasteri greci a vantaggio di fondazioni latine, un orientamento volto ad “assegnare i monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” indipendentemente dall'ordine al quale appartenevano, ma in pratica si possono ugualmente individuare almeno due tendenze fondamentali: la devoluzione ai grandi monasteri benedettini o greci tanto di monasteri latini in stato di abbandono o in rovina, quanto di monasteri italo-greci abbandonati, privati o imperiali; e la costituzione di congregazioni di monasteri mediante la concentrazione nelle mani di alcuni grandi centri monastici italo-greci di numerose fondazioni monastiche italo-greche minori insistenti sul territorio dell'abbazia madre e, in molti casi, abbandonate dai monaci.

 

Per quanto riguarda l'area salentina durante l'età normanna, l'esigua documentazione esistente proverebbe solo la prima tendenza, e cioè quella volta a devolvere i piccoli monasteri latini e italo-greci, urbani, rurali e rupestri, a monasteri benedettini – e solo a questi – ubicati sia nel Salento sia fuori dell'area geopolitica pugliese.

Gli esiti dell'intervento normanno sulle istituzioni monastiche italogreche nelle due grandi aree geopolitiche pugliesi furono senz'altro diversi: nella Puglia latina, la scomparsa dei monasteri greci o la loro concessione ai monasteri benedettini è più evidente che non nella Puglia greca, il Salento, dove invece le comunità italogreche, a parte gli sporadici casi di devoluzione che ci sono documentati, continuarono la propria esistenza anche dopo l'avvento dei Normanni e, pur essendo entrati a far parte dell'orbita di Roma, non subirono altre tangibili conseguenze, se non quella di una lenta, ma costante, interruzione dei rapporti con i monasteri greci orientali, che portò all'isolamento dei monasteri bizantini in Italia dai centri più vivi della cultura orientale.

L’appartenenza di un monastero all'Ordo S. Basilii, era l’espressione che venne utilizzata dalla cancelleria pontificia fin dai primi anni del pontificato di Innocenzo III, per designare i monasteri greci dell'Italia meridionale.

Sulla base delle fonti disponibili e, quindi, senza tener conto dei pochi e incompleti elenchi a stampa, è possibile ricostruire il quadro della situazione insediativa monastica italo-greca.

 

MONASTERI ITALO-GRECI DEL SALENTO TRA XI E XV SECOLO

(tra parentesi l’anno cui risale la prima citazione documentale)

 

1) S. Nicola di Oria                                                             (1062)

2) S. Maria di Gallano                                                         (1062)

3) S. Pietro de Episcopio                                                     (1062)

4) S. Gregorio di Oria                                                          (1062)

5) S. Vesanato di Oria                                                          (1062)

6) S. Maria Ferorelle – Brindisi                                              (1183)

7) S. Nicola di Malignano – Mesagne                                      (1349)

8) S. Maria de Cruce – S. Pancrazio Salentino                           

9) S. Biagio di S. Vito dei Normanni                                        (1196)

10) S. Maria di Cerrate                                                         (1133)

11) S. Giorgio di Surbo                                                       (1133)

12) S. Niceta di Melendugno                                               

13) S. Mauro – Sannicola                                                    (1149)

14) S. Salvatore – Sannicola                                                (1310)

15) S. Stefano de Pygi – Gallipoli                                          (1195)

16) S. Tirso di Gallipoli                                                       (1325)

17) S. Maria de Libero – Gallipoli                                          (1325)

18) S. Pietro di Samari – Gallipoli                                          (1148)

19) S. Nicola di Càsole – Otranto                                           (1098)

20) S. Maria de Lomito – Tricase

21) S. Leucio di Nardò (1081)                                              

22) S. Procopio di Nardò                                                     (1104)

23) S. Maria de Balneo

24) S. Nicola di Pergoleto – Galatone                                     (1149)

25) S. Angelo de Salute – Galatone                                        (1310)

26) Madonna Odegitria                                                       (1150)

27) S. Giovanni di Collemento                                              (1310)

28) S. Anastasia di Matino                                                   (1099)

29) S. Maria de Cibo – Melissano                                           (1120)

30) S. Nicola Scundi – Nardò                                                                       (1373)

31) S. Stefano de Curano – Nardò                                           (1373)

32) S. Maria dell’Alto – Nardò                                              (1310)

33) S. Elia – Nardò                                                             (1373)

34) S. Maria de Cesario – Porto Cesareo                                  (1373)

35) S. Nicola de Gallico – Nardò                                           (1373)

 

 

Senza dubbio si deve all'impulso dei Normanni la fondazione di numerosi cenobi o anche, in alcuni casi, la restaurazione di altri fatiscenti o antichi. L’impegno dei signori del nord in questo settore, lungo il secolo e mezzo del loro dominio, si presentava più incisivo in Terra d’Otranto ed in Puglia che altrove. In loro c’era il proposito di riportare nell’alveo del monachesimo occidentale il credo ortodosso del cenobitismo salentino.

Se si dovesse tenere conto del numero delle chiese e dei chiostri, oltre a quelli menzionati in occasione delle devoluzioni, ci sarebbe da stendere un lungo elenco.

Oggi molte sono scomparse e sono registrate solo sui documenti dell'epoca, altre sono tuttora in piedi nel solo disegno architettonico più o meno conservato; in qualche caso le chiese sono persino inglobate in complessi masserizi successivi (vedi S. Salvatore presso Sannicola e S. Pietro di Samari presso Gallipoli) e nelle epoche passate erano adibite non di rado a granai o a deposito di materiali agricoli.  Di alcune di esse si sono potute ricostruire le singole storie sulla base delle relative documentazioni; ma non di tutte si hanno notizie certe al di là di qualche riferimento diretto o indiretto delle fonti.

 

Nel feudo di Sannicola esistono due chiese superstiti di altrettanti conventi bizantini, risalenti pressappoco all’XI secolo, che fu il periodo di più intense fondazioni. Sono la chiesetta di San Mauro, su un costone roccioso nei pressi di Lido Conchiglie, e quella di San Salvatore, inglobata in un’omonima masseria.  Anche queste, come per consuetudine, furono dotate di beni terrieri, ceduti spesso, oltre che dal dòmino del luogo (per San Mauro era un tal Salomone di Aradeo), da cittadini privati. Il che era segno dei buoni rapporti con le popolazioni locali. La loro fortuna spirituale e materiale spesso dipendeva da queste strette relazioni: i monasteri di campagna erano i punti di riferimento della vita religiosa delle plebi rurali, così come le sorgende cattedrali lo stavano diventando per i cittadini.  Era un dualismo che andava di pari passo: entrambe le chiese erano luoghi di riunione assembleare dei fedeli che assistevano ai riti nelle domeniche e nelle feste comandate. In fondo, in età normanna, la campagna e la città non si qualificavano ancora nella netta distinzione che arriverà in un secondo tempo.

Un’altra chiesa italo-greca ancora esistente poco a sud di Gallipoli è quella di San Pietro di Samari, nella contrada omonima; ed anch'essa presenta una storia delle donazioni a metà del XII secolo non diversa dalle precedenti.

Esemplare la storia della chiesa di Santa Maria di Nardò, di origine bizantina e risalente alla fine dell'XI secolo. Su richiesta del suo dominus, il conte Goffredo di Nardò e di Conversano, il papa Urbano II le accordò una comunità di monaci benedettini: così convivevano con altri preesistenti canonici che insieme costituivano “una doppia comunità monastica e canonica”. Di origine italogreca era pure il Cenobio di San Vito del Pizzo presso Taranto, passato successivamente alla gestione benedettina.

Delle fondazioni bizantine sia il Monastero di Càsole, a sud di Otranto, sia il Monastero di Cerrate, a nord di Lecce, costituiscono due esempi di esistenze storiche diverse fra le tante situazioni monacali salentine.  A questo ha contribuito la storia di entrambe con uno strano scherzo della sorte. Ha difatti distrutto il primo, ma di esso ha conservato ricordi e documenti sufficienti per una ricostruzione dei suoi primi secoli di vita. Ha invece mantenuto in piedi il secondo, almeno nell'impianto abbaziale come la Chiesa d’Aurio nei pressi di Surbo, di pochi chilometri distante, ma ha cancellato ogni traccia documentale; per cui del convento di Cerrate si sa poco o niente.

Abbiamo dunque una buona conoscenza riguardo alla vita e ai beni terrieri dell'illustre monastero otrantino. Antonio De Ferrariis, per esempio, conferma la sua esistenza attiva prima del ciclone distruttivo turco: “cenobium est, scrive nel «De Situ Japygiae», Divo Nicolao dicatus, mille et quingentis passibus ab Hidrunto distans. Hic monacorum Magni Basilii turba convivebat”.

 

 

 

Corrispondenze Tra VERNACOLO romanzo e grecoSALENTINO

 

 

La presenza dei calogeri e dei preti greci a Sannicola ed in molte altre località fra Gallipoli e Otranto fino al XVI-XVII secolo deve essere inquadrata nel contesto di una realtà che vede l'elemento greco decisamente radicato nel tessuto socio-culturale di quest'area.

Se è stata sempre oggetto di diatribe l'ipotesi della possibile presenza di comunità di lingua greca nel Salento prima del Medio Evo, non altrettanti dubbi vi sono sul fatto che dal IX-X al XV-XVI secolo il greco fosse parlato, almeno in forma di bilinguismo, in buona parte della penisola salentina e soprattutto lungo la via ad arco che da Gallipoli passa per Galatone, Galatina, l'attuale Grecìa Salentina fino ad Otranto.

Almeno in questo, infatti, i grandi studiosi che hanno tentato di far luce sulla storia linguistica salentina, dal Morosi al Rohlfs, al Parlangèli si sono trovati sostanzialmente d'accordo.

Né vi sono dubbi sul fatto che la presenza di comunità di lingua e cultura greca e la persistenza del rito liturgico greco nel Salento fino ad epoche relativamente recenti (XVIII secolo) debbano essere visti come fenomeni intimamente legati che sostenendosi vicendevolmente hanno impedito a lungo per quanto possibile l'assimilazione completa nell'area culturale latina.

 

Ma cosa rimane al giorno d’oggi di questo passato ellenofono?

 

Di certo resiste ancora il dialetto griko nei nove paesi della Grecìa Salentina, seppure in una fase di notevole regresso che potrebbe essere evitato solo attraverso una nuova stagione di interesse e riscoperta da parte dei giovani delle “chore” grecaniche e magari delle aree circostanti la Grecìa, che pure sono di passato ellenofono, come Sannicola.

Purtroppo nonostante le recenti svolte politiche non sembra si possa dire che le giovani generazioni dimostrino una grande volontà di conservare quello che è un vero patrimonio culturale del Salento e di tutto il meridione d'Italia; e così come gli affreschi sbiaditi e deturpati della chiesa di San Mauro, anche questa componente dell'identità culturale salentina, diventata forse scomoda negli ultimi secoli, corre il rischio di soccombere.

Ma pure dove da più tempo il greco ha lasciato il passo al dialetto romanzo, come a Sannicola, Galàtone o Gallipoli, possiamo riscontrare moltissime tracce della lingua ellenica.

Chi vive in questi paesi spesso trova difficile o impossibile pensare che i propri avi parlassero greco, tanto sente lontana e “straniera” questa lingua rispetto al proprio dialetto. Ma se andiamo a confrontare le parlate salentine con il greco troviamo una quantità di similitudini notevolissima, non solo nel lessico ma anche nella sintassi e nell'intercalare.

Per quanto riguarda la sintassi della frase e del periodo, merita senz’altro una sottolineatura l’uso nel Salento di far seguire ai verbi modali la costruzione “cu” + congiuntivo, evidente reminiscenza del “na” + congiuntivo usato in greco e in griko, vediamo un esempio:

 

Italiano

Vuole dire

Lingua romanza salentina

Ole cu dica

Lingua greca salentina

Teli na pi

Greco moderno

Θέλει να πει (theli na pi) "vuole <che> dica"

 

La stessa costruzione è utilizzata, come in greco, per rendere la proposizione subordinata finale (es. “[v]inni cu ti [v]esciu” “sono venuto per vederti”).

Altri aspetti della costruzione della frase in comune fra greco e romanzo salentino sono meno appariscenti, anche perché condivisi da altre aree dell’Italia meridionale in cui la cultura greca è sempre stata radicata,  ma vengono facilmente notati da chi proviene dalle regioni centro-settentrionali. Ad esempio i salentini, come i greci moderni ma anche i siciliani e i calabresi tendono a collocare il verbo in ultima posizione nella proposizione affermativa (in particolare il verbo essere), un fenomeno che trae le sue radici dal greco antico ma anche dal latino:

 

Italiano (soprattutto nei dialetti centro-settentrionali)

Toh, è il dottore!

Lingua romanza salentina

Na, lu tuttore è(te)!

Lingua greca salentina

Na, o messere ène!

Greco moderno

Να, ο γιατρός είναι! (na, o yatròs ine) toh, il dottore è!

 

In questo caso si può notare come il classico salentino “na!” sia in realtà comune anche nell’intercalare greco.

 

Non si può inoltre evitare di accennare all'uso che i salentini (nonché i calabresi e i siciliani) fanno del passato remoto, impiegato anche per indicare azioni compiute in un passato recentissimo, analogamente a quanto avviene in Grecia per l'aoristo:

 

Italiano

Oggi è andato al mare

Lingua romanza salentina

Osce sciu a mmare

Lingua greca salentina

Sìmmeri pìrte sti ttàlassa

Greco moderno

Σήμερα πήγε στη θάλασσα (sìmera piye sti thàlassa) “oggi andò al mare”

 

Queste considerazioni ci fanno capire come non sia proprio lontana dalla realtà l’affermazione che i salentini pensano e costruiscono le loro frasi in vernacolo romanzo in modo molto simile a come i greci pensano e costruiscono le loro, pur usando parole diverse, almeno in apparenza.

Il perché di quest'ultima precisazione risulterà più chiaro nella seguente serie di esempi di comparazioni fra termini salentini, romanzi e grecanici, e analoghi termini greci.

 

 

Dialetto romanzo

Griko

Greco moderno

Italiano

Addhu

(la versione più "latina" è àuru, àutru)

Addho

Άλλος llos)

Altro

Calièddha/calièddhu

Calèddha/calùddhi

Kαλή, kαλός, (kalì, kalòs)

Carina/carino

Càmpia

Càmpia

Κάμπια (kàmbia)

Bruco

Canisciare

Cannìzzo

Καπνίζω (kapnìzo)

Affumicare

Caùru

Caùri

Κάβουρας (kàvuras)

Granchio

Cilona

Helòna, celòna

Χελώνα (helòna)

Tartaruga

Fiddhòi

Fiddhò, vìddhima

Φελλός (fellòs)

Βούλωμα (vùloma)

Tappo

Pàpa (seguito dal nome)

Pàpa (seguito dal nome)

Παπάς (papàs) (seguito dal nome)

Don… (seguito dal nome, indica un prete)

Manaspòriu, paraspòriu

Paraspòrio

Παρά + σπόριον (parà + spòrion)

Lavoro straordinario

Parasàula, parasàura

Parasàura

Σαύρα (sàvra, lucertola)

Pesce velenoso

Scèrsu

Hèrso

Χέρσος (hèrsos, incolto)

Incolto (di campo)

Sita/ Seta

Rudi

Ρόδι (ròdi)

In antico Dorico: σίδα (sìda)

Melagrana

Vastàsi / Uastasi

Vastàsi

Βαστώ (vastò, portare: vastasi(s) = facchino)

Vagabondo, scostumato

 

Si tratta di un piccolo campionario, non certo esaustivo, di termini salentini di origine greca. È evidente come in molti casi ci sia una maggiore corrispondenza fra il termine del dialetto romanzo e quello del griko, rispetto al greco moderno, aspetto che mostra come i dialetti salentini, romanzo e greco, siano il risultato finale dell'evoluzione dello stesso substrato linguistico-culturale, con la differenza che nel griko l’impianto greco è rimasto dominante.

Così mentre nei dialetti romanzi parole greche sono state adattate per costruire forme verbali, nomi, aggettivi con le regole della lingua neolatina (es. fiddhisciare = affettare, dal greco φύλλον, foglio oppure “osimare” = annusare, dal greco οσμός, odore); parallelamente, in griko parole latine sono state adattate alle regole di coniugazione e declinazione greche (es. “pensèo” da “pensare”).

Tuttavia in alcuni casi possiamo notare importanti differenze, ad esempio la melagrana è chiamata nel dialetto romanzo sita” o “seta”, un termine che sembra legato più al greco antico sidache non al moderno “rodi” (ρόδι), a cui invece si avvicina il griko “rudi”.

Volendo accettare la tesi di un’evoluzione pressoché continua del greco salentino da una forma classica al greco bizantino e tardo-medievale, potremmo azzardare lipotesi che certe forme arcaiche come“sita” rappresentino dei fossili linguistici, termini cioè che non sono stati sostituiti dalla forma più moderna perché usati in aree in cui la lingua greca è caduta in disuso precocemente.

È chiaro, quindi, che ricercare le radici elleniche della Terra d'Otranto solo nelle ondate di immigrazione dalla Grecia e dall'Anatolia può condurre ad ottenere unimmagine della realtà storica ben lontana dal vero.

 

Tranne poche eccezioni in lingua latina – tarde o legate a fenomeni particolari – la lingua usata, nel periodo preso in esame, per le iscrizioni esegetico-votive salentine o per citazioni dai testi sacri è il greco. I pochi nomi di committenti a noi noti sono rintracciabili nelle iscrizioni votive ancora leggibili, espresse quasi sempre nella formula “Mνήσθητι Κύριε του δούλου σου”.

A Carpignano nel 6467 ‘ab origine mundi’ (il 6467 corrisponde all'anno 959 d.C. – la datazione usata è quella bizantina, detta anche costantinopolitana o greca) il presbitero Leone con la moglie Crisolea commissionano al pittore Teofilatto un Cristo in Trono, al centro di un’Annunciazione; alcuni anni dopo, nel 6509 (cioè il 1000), nella stessa cripta venivano eseguite due altre iscrizioni votive per ricordare un presbitero, il cui nome è sconosciuto, che offre alcune icone dipinte da un pittore Costantino. Un’altra iscrizione votiva, ormai quasi del tutto scomparsa, sembra portasse la data dell'810 (vedi L. CAPONE, «La cripta di Santa Cristina in Carpignano Salentino», Lecce, 1977).

Nel 6528 (che corrisponde al 1020) il protopapa Elia Musopolo, insieme a sua moglie e ai suoi figli, restaura e abbellisce sempre questa cripta, affidandone il compito al pittore Eustazio, il quale dipinge un Cristo in Trono. Da queste iscrizioni di Carpignano possiamo, dunque, rilevare come la committenza sia soprattutto ecclesiastica e di tipo devozionale, con il ricorso a pittori professionisti appositamente interpellati e probabilmente in rapporto con la città di Otranto dove è documentabile una tradizione pittorica di sicura ispirazione bizantina fin dal X secolo. Nella cripta di “San Sebastiano” a Sternatia nel 6623 (corrispondente al 1115) una tale Irene, raccomandandosi al Signore, dona un affresco di S. Sebastiano.  Nello stesso secolo, a Poggiardo, Leone e sua moglie Anna offrono un dittico con una Odegitria e S. Nicola.  Un'iscrizione di tipo funerario, datata al 6654 (corrispondente al 1146) è presente, anche se purtroppo ormai mutila, a Carpignano, in un arcosolio; nel centro dell'iscrizione è raffigurata una minuscola S. Cristina.  Sempre al XII secolo sono riferibili i resti di un’iscrizione, ormai non più leggibile, in “S. Angelo” a Otranto nei pressi di un Arcangelo, da cui risultava che il nome del committente era Basilio.  A Miggiano, nella cripta di “S. Marina”, del XIII secolo, sono ricordati vicino ad un Arcangelo Michele i tre committenti, che vengono raffigurati in piccole dimensioni con il loro nome: ΛEY MAKY, ΠOKI NIΓIO e NIKOΛA MONAKY.  A Uggiano La Chiesa, nella cripta di “S. Solomo” sono i resti di una iscrizione di cui rimane leggibile solo la data 6874 (equivalente al 1366).  A Vaste, nella cripta dei “SS. Stefani”, Antonio con la moglie Maria Dulezea con le loro figlie Maria e Caterina sono i donatori dell'affresco della Vergine con Giovanni Evangelista posto sull'abside centrale e dipinto da un pittore purtroppo sconosciuto, nell'anno 6884 (corrispondente al 1376).  L'intera famiglia è rappresentata nelle solite dimensioni ridotte, in basso a destra. Dobbiamo notare che tutto l’affresco è palinsesto e rotture dell’intonaco evidenziano tracce di un’iscrizione votiva sottostante.

Nella stessa cripta sono presenti altre numerose iscrizioni votive non sempre redatte nella forma tradizionale.  Ai piedi di una Vergine in trono con Figlio, la figura di Giorgio figlio di Lorenzo, oblato dei SS. Stefani, si raccomanda non al Signore – “Κύριε ” – ma alla Madre di Dio – “Μνήσθητι  Мήτηρ  Θεού”; un Martino si raccomanda al Vescovo omonimo “Μνήσθητι … άγιε” – facendosi rappresentare ai suoi piedi; ancora uno Stefano si raccomanda a un Sant'Antonio Abate e una Donata è presente ai piedi di due affreschi di S. Caterina.  Altre iscrizioni sono inserite nei riquadri degli affreschi di un S. Antonio Abate e di un S. Eligio, ma purtroppo i nomi dei donatori sono scomparsi.

A Sternatia, nella cripta di “S. Sebastiano” vi sono tre iscrizioni in greco di cui una ricorda un protopapa Pasquale e due sono datate al 7081 (corrispondente al 1509) ma non sono riconoscibili i nomi dei donatori, mentre vent’anni dopo nello stesso luogo un devoto si fa rappresentare ai piedi di un Santo sconosciuto con la formula latina “Memento famulo tuo do phoeregrino Ricardo de Sternatia. MDXXX”. Altra iscrizione latina è nella cripta di “San Nicola” a Borgagne presso l'affresco dei S.S. Cosma e Damiano, ma è illeggibile.  Ancora un’iscrizione in greco datata 7090 (vale a dire il 1582) è presso una delle Sante Cristine a Carpignano; il donatore è un certo Aprile.

 

Per concludere questa piccola presentazione delle peculiarità linguistiche del Salento e di Sannicola, occorre sottolineare un aspetto a cui forse non sempre viene attribuita l'attenzione e l'importanza che merita: il rapporto fra la lingua salentina e quelle di Sicilia e Calabria, regioni con le quali il Salento costituisce unarea linguistica piuttosto omogenea, ben distinta da quella di cui fanno parte i dialetti campani, lucani e della Terra di Bari; quasi tutti i termini di origine greca presentati si ritrovano nei dialetti delle regioni che un tempo costituivano la Magna Grecia, spesso pronunciati in maniera identica al salentino, inoltre, come si è visto, le riflessioni fatte per la sintassi valgono perfettamente per tutte le parlate delle regioni estreme meridionali.

 

 

 

LA CHIESA DI SAN MAURO

 

 

Durante l'apogeo dell'Impero Romano, Gallipoli raggiunse ricchezza e notevole floridezza per la lunga pace goduta, che però fu turbata dalle invasioni barbariche. Legata all’Impero Romano d'Oriente dopo la deposizione di Romolo Augustolo (476 d.C.), pur nella desolazione generale della regione salentina, riuscì a sopravvivere grazie all’attività portuale legata al commercio dei prodotti agricoli locali.

Sotto il dominio bizantino, Gallipoli assunse una certa importanza a causa della sua posizione strategica, che favoriva la già citata attività commerciale, ma anche perché già a partire dal VI sec. era stata elevata a sede vescovile. Stando alla testimonianza delle lettere di Papa Gregorio Magno ai vescovi della Puglia, il vescovo di Gallipoli doveva amministrare una parte cospicua del patrimonio della Chiesa di Roma nel basso Salento.  Essa comprendeva tutte le località che poi le furono sottratte in favore dell'abbazia benedettina di Nardò, quando quest’ultima divenne sede episcopale. Anche Casarano rientrava nella diocesi gallipolina, come dimostra un’iscrizione di S. Maria della Croce a Casaranello, nella quale si dice che la chiesa venne consacrata dal vescovo di Gallipoli (di cui però non è possibile leggere il nome) probabilmente nel corso del secolo XI.

Durante l'espansione araba nel Mediterraneo, anche la Puglia fu più volte attaccata dai Saraceni e dagli Ungari. A causa delle frequenti incursioni di questi popoli sulle nostre coste (in verità non sempre efficacemente contrastate dal Bizantini) la popolazione salentina fu quasi decimata: gli abitanti di molti centri urbani furono deportati e venduti come schiavi e molte aree del Salento rimasero spopolate, tanto che gli imperatori d'Oriente decisero di realizzare una politica di popolamento della Puglia. Stando alla notizia riportata da Giovanni Skylitzes, Basilio I fece ricostruire la città di Gallipoli popolandola con abitanti di Eraclea del Ponto.

Durante il dominio bizantino, Gallipoli si grecizzò anche nella liturgia, e mantenne, come d'altronde tutta la Terra d'Otranto (costituita dalle città di Otranto, Brindisi, Taranto, oltre alla stessa Gallipoli e dalla piana salentina), dipendenza politica da Costantinopoli fino all'arrivo dei Normanni.

Si è già accennato al fatto che, dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, si assistette ad un’inevitabile decadenza della regione salentina a causa delle continue guerre a seguito delle invasioni barbariche. Tuttavia, in questo quadro negativo si segnalava la presenza di una certa attività e vitalità dei vescovi greci. Essi erano spesso le uniche autorità cui le popolazioni potessero fare riferimento per soddisfare bisogni materiali e spirituali. E frequentemente pagavano col martirio la disponibilità e l’attività svolta a favore dei più deboli.

Il Salento, d'altronde, vantava antiche organizzazioni diocesane: infatti, per la sua posizione geografica e per i contatti diretti con le coste dell’Asia Minore, ospitò tra le prime comunità ebraiche che diffondevano la nuova religione cristiana. E nel corso del tempo molto significative si rivelarono anche le migrazioni di monaci greci, che arrivarono nel Salento principalmente per sfuggire a persecuzioni religiose e per rafforzare nell'Italia meridionale la lingua e la cultura greca.  Essi furono accolti senza riserve dalle popolazioni locali e dalla Chiesa di Roma ed influenzarono fortemente i rapporti sociali ed umani dei centri che li ospitavano. In particolare, impressero un impulso notevole al lavoro rurale, modificando in modo significativo il paesaggio salentino.

 

Anche nei dintorni di Sannicola si stabilirono dei monaci che seguivano le antiche tradizioni monastiche ortodosse codificate, fra gli altri, da San Basilio il Grande (come viene testimoniato da documenti risalenti al XII sec.), i quali avevano la loro sede nel cenobio di S. Maria delle Servine, che sorgeva al posto dell'attuale chiesa del Rosario a Gallipoli. I religiosi curavano anche la chiesa di S. Mauro, un tempo affidata a preti secolari. Essi godevano di notevole prestigio al punto che ci furono diversi vescovi di quell’ordine nella diocesi gallipolina. Ciò dimostra inoltre lo stretto legame, non solo politico, ma anche religioso e culturale, che legava Sannicola al mondo greco. Ne è testimonianza anche una lettera (sec. XII) inviata dal patriarca di Costantinopoli, Michele III d'Anchialao al vescovo di Gallipoli, Paolo, nella quale, in risposta alle richieste espresse da quest’ultimo, il patriarca dà precise informazioni sulla preparazione del pane e del vino eucaristico (proscomidia).

Dopo la conquista normanna nel Salento, i vescovi greci vennero sostituiti con vescovi latini, ma nel 1172 a Gallipoli tornò un vescovo greco, Teodosio, probabilmente per la pressione del clero e degli abitanti del circondario, quasi tutti ellenofoni.  La storia di questo vescovo è emblematica per noi perché ci fa comprendere come nel giro di pochi anni la gerarchia ecclesiastica latina si sostituì a quella greca nel Salento. Infatti, durante il suo episcopato, Teodosio dovette cedere parte della diocesi all'abate latino Pagano dell'abbazia di S. Maria di Nardò.  Proprio durante il periodo in cui i Greci di Gallipoli riprendevano possesso della loro diocesi, si realizzò in modo lampante tale spoliazione: è evidente che si voleva ridurre il potere dei titolari e limitare le fonti degli introiti. A Nardò, un tempo sede di un’attiva comunità di basiliani, si erano stabiliti, infatti, i monaci benedettini, i cui abati avevano svolto la funzione di vescovi spesso in contrasto con quelli gallipolitani.

 

Nel periodo svevo, i gallipolini si schierarono con Federico II e ne appoggiarono la politica ostile a Roma. Con la venuta di Carlo d'Angiò e la fine del periodo svevo cominciò per Gallipoli un periodo difficile: Lucera e la città salentina erano ancora in mano ai partigiani degli Svevi, e Carlo d'Angiò era ben deciso ad abbattere una volta per tutte ogni resistenza dei nemici. Fu così che cominciò l’assedio di Gallipoli nell’autunno del 1268, dopo la vittoria di Tagliacozzo. Entro il maggio dell’anno successivo essa fu rasa al suolo e i suoi abitanti furono costretti all’esilio.

In particolar modo la deportazione colpì gli esponenti del clero greco, quasi tutti partigiani degli Svevi. I vescovi, cacciati dalla città, utilizzarono come cattedrale la chiesa della Lizza di Alezio, cui diedero nome di S. Agata. Negli anni successivi ci furono pure diversi tentativi da parte della nobiltà locale per imporre dei vescovi latini a Gallipoli, ma alla fine il monaco greco Melezio venne confermato alla guida della diocesi gallipolitana da papa Giovanni XXIII il 30 ottobre 1329. Intanto la Sede Episcopale era stata stabilita nella chiesa di S. Mauro, come si ricava dalle Rationes Decimarum alla data 16 aprile 1325.  Osserva Jacob che la notizia non può essere interpretata se non nel senso che la chiesa di San Mauro, la più importante della diocesi, fungesse allora da cattedrale o che i funzionari pontifici l'avessero considerata tale, perché lì risiedeva il vescovo.

 

L'abbazia basiliana di San Mauro godeva d’un certo prestigio, da quando i monaci vi avevano ammesso degli stabili trasformandola in una grancia. La sua ricchezza era inoltre accresciuta dalle cospicue donazioni da parte di privati, per cui il territorio si estendeva per circa due miglia e comprendeva bosco e pascolo. Inoltre, da questi monaci dipendevano anche le grance di San Salvatore (Sannicola), S. Maria de Civo (Taviano), Sant’Anastasia (Matino), S. Maria dell'Alizza (Alezio), S. Basilio (già S. Maria delle Servine in Gallipoli). Le grance, specie di masserie, costituivano dei veri e propri centri abitati.

L'esilio dei vescovi gallipolini durò circa un secolo e si può supporre che esso terminò quando i vescovi latini sostituirono quelli greci.  Documento di ciò fu l'elezione del nuovo egumeno (abate) di S. Mauro da parte del vescovo Domenico (di chiara origine latina) nel 1374. Nonostante la latinizzazione del clero, il rito bizantino sopravvisse a Gallipoli e l'ultima funzione venne celebrata nella cattedrale il 10 gennaio 1513, per i funerali della madre di Francesco Camaldari.

 

 

 

 

IL CICLO AGIOGRAFICO

 

 

Discreta e silenziosa, la chiesa di San Mauro si eleva su quello sperone roccioso che scende a picco sul mare, denominato Serra dell’Altolido (Il toponimo non è altro che la deformazione volgare dei toponimi greci Xeròlithos e Orthòlithos che hanno entrambi il significato di “luogo elevato”), a 70 metri sul livello del mare, tra la località Montagna Spaccata e Lido Conchiglie, lungo la litoranea che da Santa Maria al Bagno porta a Gallipoli. Fa parte della proprietà privata del Sig. Giuseppe Stajano. Anch’essa rientra nel novero delle piccole o grandi abbazie basiliane affidate alla distruzione del tempo ed alla sconsiderata incompetenza degli uomini.

 

Accanto vi sorgeva un monastero basiliano, di cui oggi non resta nulla. A pochi metri dalla chiesetta è ancora visibile una laura che fungeva da dormitorio-rifugio dei monaci.

Il più antico documento – in cui si fa menzione di un “ναόν του αγίου ιερομάρτυρος Μαύρου εν τω τόπω αναφοράριω, è datato al mese di maggio 1149. La data 1149 è quindi da considerarsi un terminus ante quem per l’installazione dell’insediamento monastico e in particolare per la piccola chiesa che, per la struttura e determinati elementi semantici, si può collocare in questo momento cronologico.

 

 

La struttura esterna

 

La struttura esterna non rispecchia perfettamente lo stile bizantino. A tal  proposito Adriano Prandi scrive: “La chiesa è di tipo nordico, e ha perfino le navatelle coperte da volte zoppe, come di regola nelle grandi cattedrali pugliesi; eppure la decorazione è schiettamente orientale”, (da «Il Salento, Provincia dell’Arte Bizantina»). Egli scorge, tra gli affreschi ancora evidenti di S. Mauro, due correnti, “quella dei pittori di immagini e quella dei pittori di storie”. Anzi, a S. Mauro, le immagini ci sembrano di più alta e insolita qualità rispetto all’ambiente pittorico locale; infatti sono simili ai tipi più popolari della tarda pittura bizantina, nella quale il disegno e il vibrare della linea prevalgono sugli effetti cromatici.

 

La facciata è semplice, a due spioventi coronati da un piccolo campanile a vela costituito da due pilastrini con un archetto sovrastante, riconducibili all’architettura bizantina.
Il portale d’ingresso è ad arco acuto lunato. Al di sopra di esso vi è una finestrella strombata  simile a quella situata accanto all’abside. Su ciascun lato si apre una porta e su quello di destra anche una piccola finestra murata. Nel lato posteriore si nota la fuoriuscita dell’abside a pianta semicircolare, cui corrisponde la parte emisferica interna.

 

 

L’interno

 

La pianta, di forma rettangolare, misura m 10,70 di lunghezza e m 6,30 di larghezza, mentre il semicerchio dell’abside misura m 1,15 di raggio. Consta di tre navate sorrette da sei pilastri, che a gruppi di tre separano quella centrale dalle due laterali. Tali pilastri sono di forma quadrangolare e sono privi di capitelli, ma presentano una semplice cornice all’interno dell’arco. "Unum habet Altare ad quod ascenditur per quatuor gradus lapideos, quod habet mensam lapideam et Sanctum lapidem, et supra dictum Altare in pariete nodentur pluras effigies SS.mi et in medio corum, effigiem S. Mauri Abatis multum antiqua et vetuste depicta" (Visitatio Pastoralis di Monsignor Filomarini).

La navata mediana ha una copertura a botte leggermente acuta, le piccole navate laterali - ciascuna di dimensioni pari all'incirca alla metà della navata centrale, hanno volte a quarto di cerchio. Gli archi ogivali, poggianti sui pilastri, vanno a inserirsi direttamente sulla parete interna della facciata, senza pilastro, ma su mensole. Alcuni hanno parlato di otto pilastri, impropriamente. L’unico altare, separato dall’iconostasi, doveva essere rivolto verso i fedeli, secondo il rito greco.

 

Gli elementi distintivi, cioè volta a botte, semibotti rampanti e pilastri, sono peculiari di alcuni edifici dell’area salentina: San Salvatore presso Sannicola, Santa Maria della Croce a Casaranello, San Giovanni a Patù, Madonna Odegitria e S. Angelo della Salute a Galàtone, S. Leonardo a Corigliano d'Otranto, S. Vito a Sternatia, S. Stefano a Soleto, S. Maria della Grotta a Ortelle, Apigliano presso Martano, che probabilmente trovano i loro prototipi nella vicina Grecia, dove, in alcune zone, si sono conservati a lungo (per esempio, in Epiro).

Il pavimento, nonostante sia completamente smantellato, permette di osservare tre livelli diversi di calpestio. Il primo corrisponde a quello dell’ingresso, comprendendo le prime due luci; un secondo, posto ad un livello maggiore, è in corrispondenza della terza luce; un terzo, molto più alto, al quale si accede con tre gradini, corrisponde alla zona del naòs. Il declivio assai sensibile del pavimento, mitigato da un gradino per tutta la larghezza mediana, dà una nota caratteristica al tempietto basiliano.

A circa un metro dal pavimento, rasentando i due ultimi pilastri, si leva ciò che è rimasto del piano dell’iconostasi, ai cui estremi, sotto due nicchiette, due mensole sostituiscono la pròthesis e il diakonikòn.

I materiali usati per la costruzione dell’abbazia sono quelli tipici del Salento, vale a dire i conci squadrati di tufo carparino e la pietra calcarea sbozzata a mano.

Il pavimento è costitutito da un battuto di malta e di materiale fittile.

 

 

Gli affreschi

 

La decorazione interna, di cui purtroppo è rimasto poco e quasi niente, fa della chiesa un vero unicum nell’ambito della tradizione pittorica della Puglia “bizantina”: tranne brevi note (non poche identità e punti in comune hanno con quelli della vicina S. Salvatore) gli affreschi sono tuttora inediti.

Pilastri, volte, pareti, un tempo palpitavano di vita mistica, attraverso le scene agiografiche nate dal pennello dell’artista asceta.

La qualità degli affreschi, la loro posizione isolata rispetto alla produzione bizantineggiante pugliese, il complesso programma iconografico così rigorosamente eseguito, farebbero pensare ad una maestranza sicuramente greca. Il Guillou, del resto, ricordava una lettera di Giorgio Bardanes, metropolita di Corfù, all’abate di Càsole Nettario (1225 circa) portata da un pittore di Corfù che si recava a Càsole: anche se la decorazione di San Mauro non è direttamente riferibile a tale avvenimento, in quanto dovrebbe risalire a numerosi decenni più tardi, la notizia dimostra sia che sono esistite precise committenze a maestranze estranee alla regione, sia che i rapporti tra i monasteri italo-greci e la madrepatria erano assai stretti.

Il ciclo di affreschi, dunque, dovrebbe essere datato alla fine del XIII secolo, per il modo di concepire lo spazio delle scene con gli evangelisti, con quei giochi architettonici che determinano “respiri spaziali”.

Sulla parte alta dell’abside si riesce a scorgere una composizione pittorica, con un personaggio centrale, che per alcuni sarebbe Gesù, mentre per altri San Mauro; lateralmente si possono vedere due angeli in atto di preghiera, i quali hanno alle spalle due finestre con un paesaggio campestre. Il personaggio centrale appare col capo circondato dal nimbo, seduto sul rialzo; nella mano destra stringe una verga pastorale mentre nella sinistra una rotula. Tale immagine, secondo la Castelfranchi, trasmette, nel suo ductus ternario, l’originario triplice schema della Dèesis, immagine protagonista, nella Puglia meridionale come in Basilicata e Calabria, dello spazio più significativo all’interno del programma iconografico, cioè l’abside.

Nella parte inferiore dell’abside si trovava una raffigurazione molto comune nelle basiliche paleocristiane: quattro figure di santi padri della chiesa con fantasie floreali sulle vesti che reggono cartigli contenenti frammenti dei testi liturgici più noti (sino a qualche decennio fa si potevano ancora distinguere San Giovanni Crisostomo e San Basilio). Nella nicchia laterale sinistra dell’abside era visibile la figura di un santo diacono, forse Stefano o Euplo; in quella destra, invece, leggere sfumature rossastre e verdi. Tali immagini oggi non sono più visibili: al loro posto rimane la parete nuda, devastata dal degrado e dall’incuria.

Il Barrella faceva notare che le figure dell’abside si differenziano molto, e per tecnica  e per linee, da quelle della volta e degli archi: sarebbero dunque rivelatrici di artisti diversi ed epoche diverse. Da entrambe, tuttavia, emerge “un palpito di fede vissuta e sentita, una passione ascetica ed un misticismo profondi, caratteri essenziali dell’arte basiliana di Terra d’Otranto, arte spirituale per eccellenza, nella quale gli artisti, più che le forme, intendono dipingere le anime”.

Su ciascun pilastro sono dipinte due figure di santi, dall’atteggiamento solenne e ieratico, che si allungano per tutto l’arco, dividendolo. Le loro teste, aureolate, vanno ad incontrarsi alla sommità dell’arco. Hanno la barba candida, occhi trasparenti e fissi a un pensiero di fede che par vogliano trasfondere nell’animo del fedele. Dalla sinistra recano pendenti un’iscrizione che porta la lode del personaggio che rappresenta. Diverse fra queste epigrafi greche sono tuttora, almeno parzialmente, leggibili. Ne citiamo una:

 

MONAXOΣ ΑΚΤΙΜΩΝ ΑΕΤΟΣ ΥΨΙΠΕΤΙΣ

(Il monaco Aktimwn come aquila si estolle)

 

Il primo pilastro a sinistra è quello che si trova nelle peggiori condizioni; sulla facciata anteriore vi è solo uno scorcio di un’aureola appartenente forse a S. Niceta, vescovo della Dacia del 400. Le immagini delle due facce del sott’arco che collega il primo pilastro con la parete interna della facciata sono una di S. Teodoro martire soldato di Tiro, morto nel 306, di cui rimane solo la testa, con barba castana; l’altro affresco sull’altra metà dell’arco ogivale, rappresenta S. Luciano, ritratto con la mano destra che stringe una croce patriarcale sul petto, mentre l’altra mano è sotto il mantello.

Nel secondo sono rappresentati S. Gioannicio, canuto, con la mano destra in alto e la sinistra che mantiene aperto un cartiglio con alcune iscrizioni, e S. Clemente di Òcrida, con un libro sotto il braccio e la mano destra in segno di benedizione.

Sull’altro arco ogivale sono presenti due santi: S. Antonio eremita ed un altro non identificato.

Nel sott’arco destro centrale si scorgono S. Simeone lo Stilita, un monaco di Siria morto ad Antiochia nel 459, e S. Onofrio; il primo si trova su un pulpito, alla base del quale si avvolge un serpente. Sulla colonna sottostante, sul lato rivolto verso l’abside, una  Madonna col Bambino, da alcuni ritenuta la migliore composizione pittorica, è quasi del tutto scomparsa. Ne rimangono qualche linea e la riproduzione fotografica. Il Barrella vi individuava il tipo tradizionale della Vergine purissima, Madre di Dio, così comune nelle cripte basiliane di Terra d’Otranto.

Nell’altro sottarco (il primo, entrando) si può riconoscere soltanto S. Macario l’Egiziano. Sull’ultimo arco ogivale sono raffigurati S. Eumenio ed un altro santo non identificato.

Importanti sono le quattro pitture sopra i rispettivi quattro pilastri dove sono raffigurati gli Evangelisti, ma sono solo riconoscibili quelli delle due arcate di sinistra. Il primo è l’Evangelista Marco, seduto in atto di lettura, e sullo sfondo è visibile un paesaggio urbano. Sul secondo pilastro è raffigurato l’Evangelista Giovanni, anche lui con un libro, con l’indice della mano sinistra sul volto e sotto di lui è ritratto S. Paolo Apostolo.

Sul colonnato destro, sono riconoscibili gli affreschi degli Evangelisti Luca e Matteo.

Sopra gli archi sono rappresentati Marco e Giovanni, con storie della Vita di Gesù Cristo. Purtroppo le immagini sono molto rovinate ed a stento riconoscibili.

La lettura di queste dovrebbe iniziare dall’ultimo lato destro, dove si è riconosciuta la Natività di Cristo. Alla nascita è stato dato ampio spazio; dopo di questa si racconta la venuta di Gesù al tempio ed in seguito il suo Battesimo “per immersione”, classico della pittura bizantina del 1200. Seguono altre due pitture, una la Trasfigurazione e l’altra la Koìmesis. Sulla facciata sinistra s’incontra l’Ultima Cena, seguita dal Bacio di Giuda, dove compare lateralmente un gruppo di guerrieri romani ornati di spade e lance. Il terzo riquadro dovrebbe rappresentare la Crocifissione del Cristo, mentre il quarto la scoperta, da parte di tre donne, della Resurrezione di Gesù. Le sequenze, infine, terminerebbero con la Discesa al Limbo di Gesù Risorto.

Lungo una fascia che corre da sinistra a destra della volta, sopra il catino absidale, si dovrebbero individuare due figure, attribuibili ai regnanti Elena e Costantino, oppure all’imperatrice Teodora ed all’imperatore Giustiniano, a noi non visibili allo stato attuale.

 

Sulla volta della navata centrale, precisamente in due file da nove clipei ciascuna, come può dedursi dalle pochissime figure integre, erano raffigurati alcuni profeti, fra graziosi ornati d’acanto e di volute: tutti sono tratti a mezzobusto, mentre espongono una pergamena.

Secondo la Castelfranchi, le scene cristologiche ed ancor più le immagini dei profeti, con quelle lumeggiature che conferiscono ai volti, intensi, una certa gravità, sono da attribuirsi, probabilmente, ad un pittore principale all’interno della maestranza che eseguì gli affreschi.

Riguardo al significato globale del programma iconologico, la stessa studiosa osserva che probabilmente il ruolo preminente doveva essere svolto dalla originaria composizione absidale (una Dèesis), tema che riassume in sé, come punto di partenza e di conclusione della lettura dell’intero ciclo, il messaggio significante contenuto in ciascuna delle singole immagini. La composizione absidale, cioè, come summa di ciascuno dei momenti della salvazione narrati per immagini nel ciclo e del messaggio di esaltazione della vita monastica da parte dei santi nei sottarchi (nella maggior parte legati al monachesimo), nell’attesa della Seconda Venuta del Signore.

 

 

 

STORIA DELL’ABBAZIA

 

 

Si racconta che S. Mauro, trasferito dalla Libia a Roma per essere sottoposto al trattamento in genere riservato ai cristiani (anno 284), vi morì martire. Il suo corpo, trafugato dai compagni di fede, stava per essere riportato in patria. I fuggiaschi.inseguiti da una nave romana, sbarcarono sulle rive dello Ionio e si rifugiarono sull’Altolido, in una caverna. Raggiunti, furono uccisi, ma il corpo del Santo non poté essere bruciato.  Rimessisi in mare, i soldati naufragarono miseramente al largo di Gallipoli.  “Fu allora, che i nostri concittadini, in quell'antro o grotta innalzarono una Chiesa in onore del martire S. Mauro, e due altri soci, celebrandone annualmente la festa”, da «Memorie Istoriche della Città di Gallipoli», di Bartolomeo Ravenna.

 

La festività di S. Mauro, celebrata il 1° maggio, era occasione di incontri e di devozione intorno al Santuario. La fiera doveva svolgersi ai margini dell'Abbazia. Il Gabrieli («Bibliografia di Puglia») rileva nel folklore una traccia della ricorrenza: “lo scambio de "lu masciu" tra amici o fidanzati mediante vassoi ricchi di primizie, fiori e doni”.

La Chiesa di S. Mauro sorse come Monastero Bizantino. Nel 1268, distrutta Gallipoli e S. Maria delle Servine ad opera di Carlo d'Angiò, i vescovi di Gallipolì  si rifugiarono prima nella chiesa della Lizza di Alezio e poi  sulla collina di S. Mauro. I cittadini scampati alla furia del re angioino andarono ad accrescere i nuclei abitati delle vicinanze: Rodogallo, San Nicola, Lizza.

“Et fiat clavis ferrea in porta Ecclesiae”, si legge nella Visita Pastorale di Mons.  Filomarini: 13 novembre 1714; il vescovo forse prevedeva già lo scempio che sarebbe stato effettuato all’interno della piccola chiesa nel XX secolo.

 

Le vicende di S. Mauro sono connesse con lo sviluppo della provincia bizantina del Salento e con l’intrecciarsi ed il sovrapporsi di leggende che le popolazioni locali hanno tinto del colore delle loro tradizioni. La vita dell'abbazia comprende un periodo che va all'incirca va dall’XI secolo alla fine del XV. In un registro dell'Archivio, nella Curia episcopale di Nardò, è annotata la data di consegna di diciotto pergamene greche, chieste dalla Prefettura di Lecce. Si tratta di un giorno molto lontano, il 9 dicembre 1864. Da allora i preziosi documenti non hanno fatto più ritorno al luogo di provenienza, nonostante le richieste formulate in vari periodi.

 

Le prime notizie dell'esistenza del monastero di S. Mauro, situato su una piccola collina in località Serra dell'Altolido, pochi chilometri ad ovest del comune di Sannicola, laddove è ancora oggi visibile la sola chiesa abbaziale, si ricavano dai pochissimi documenti che ci sono pervenuti grazie all'edizione del Trinchera: gli originali, come si sa, sono andati irrimediabilmente perduti. Di essi ben dieci riguardano S. Mauro: tre sono del XII secolo; gli altri sette, invece, appartengono tutti al XIII secolo.

Il più antico è quello del maggio 1149 con cui Salomone, dominus di Aradeo, insieme ai suoi figli, Guglielmo ed Enrico, donano al monastero, in persona del suo egumeno Gerasimo, una casa posta con ogni probabilità in Aradeo; il secondo è del dicembre 1167 e riguarda la donazione che il monaco Ilarione e suo fratello Angelo fanno di sé stessi e di tutti i loro beni paterni situati in Gallipoli al monastero di S. Mauro; il terzo dell'agosto 1172, è un altro atto di donazione di beni mobili ed immobili, effettuata a favore del monastero dal monaco Ioannikios.

Le frequenti donazioni che questi tre esempi fanno supporre, non furono un caso isolato.  Cinque dei restanti documenti greci, altrettanti atti di donazione in favore di S. Mauro sui quali non è il caso soffermarsi, forniscono la conferma degli stretti legami e delle positive relazioni tra il monastero e gli abitanti della città e del contado di Sannicola durante il XIII secolo e ci consentono di rilevare un attaccamento di tipo devozionale verso l’ente monastico italo-greco soprattutto da parte di quei benefattori che alienarono i loro beni, o parte di essi, con l’intento di meritarsi le preghiere di intercessione e di suffragio della comunità monastica.

Utili riferimenti sul monastero ci forniscono due lettere di Onorio III del 1219, le Collectorie degli anni 1310, 1324, 1325, i Libri obligationum per gli anni 1386, 1404, 1453, il registro dei censi del 1482 e infine alcuni documenti pontifici.

Altre indicazioni si ricavano dalle relazioni delle due visite pastorali effettuate da Pelegro Cibo, vescovo di Gallipoli, nel 1548 e nel 1567, i cui originali, però, risultano attualmente mancanti nell'archivio della curia vescovile.  Per nostra fortuna parti di quelle relazioni che si riferivano a S. Mauro sono state utilizzate dal Ravenna, che riporta, dalla visita del 1548, la serie degli abati a partire dal 1482 e, da quella del 1567, il passo relativo alla visitatio di S. Mauro, nonché dal Massa, che indica sommariamente l'insieme dei possedimenti del monastero cosi come risultavano al momento della visita del 1548.

Va infine ricordata l'annotazione catastale del 1751 nella quale si elencano i possedimenti del monastero allora amministrati da “Carlo Michele d'Altan, vescovo di Vania in Ungheria”.

Degli abati di S. Mauro conosciamo solo pochi nomi: Gerasimo, ricordato nel 1149; Giacomo, citato nel 1203; Nicodemo, attestato nel 1208; Teoto, menzionato nel 1219; Ieroteo, della cui morte si ha notizia in una lettera di Gregorio XI dell'aprile 1374, ma che risulta titolare del monastero già in una lettera molto dubbia di Clemente VI, datata 30 maggio 1348, conservata nell'archivio vescovile di Gallipoli.  Morto Ieroteo la serie abbaziale si arricchisce di tre abati nello spazio di due anni.  Il 29 aprile 1374, infatti, Gregorio XI nominò a succedergli come abate Antonio de Agrimio, monaco dello stesso monastero.  A costui, che governò S. Mauro per poco tempo essendo morto nel corso dello stesso 1374, succede Romano Riccio, figlio di Angelo, già monaco di S. Nicola di Pergoleto, che venne nominato il 7 gennaio 1375 da papa Gregorio XI e il cui governo abbaziale fu ugualmente di breve durata essendo anche lui morto nello stesso anno della sua nomina. Il 22 gennaio 1376 vediamo nuovamente Gregorio XI nominare come abate di S. Mauro Moyses di Costantinopoli, monaco del monastero di S. Salvatore di Chora a Costantinopoli, che resse il monastero per circa un decennio, fino a quando cioè Clemente VII non vi nominò, essendo lui ormai morto, Angelo di Grottaglie, monaco del monastero basiliano di S. Vito del Pizzo.

Conosciamo ancora l'abate Antonio, morto prima del 7 maggio 1404, giorno in cui Riccardo, suo successore, promise di pagare la tassa per il comune servizio; Domenico, che si obbliga il 31 agosto 1453 e infine Palamàdes, attestato nel 1482 ed ancora vivente nel 1521.

 

Poco distante da San Mauro sorgeva l'altro monastero italo-greco di San Salvatore, la cui chiesa abbaziale, ancora esistente, è attualmente incorporata nella masseria omonima sita nel territorio comunale di Sannicola.

La fondazione del monastero, le cui prime testimonianze appartengono al XIV secolo, deve con ogni probabilità essere assegnata allo stesso periodo in cui venne eretto il vicino monastero di S. Mauro: le caratteristiche architettoniche e strutturali delle due chiese abbaziali superstiti sembrano infatti senza alcun dubbio simili, così come teologicamente molto simili sembrerebbero anche i programmi pittorici dei due edifici, stando a quello che si può ancora leggere della decorazione originaria dell'abside di S. Salvatore.

La prima notizia ufficiale del monastero risale al 1310, anno in cui l'abate del monastero pagò al collettore delle decime la somma di 26 tarì e mezzo. Viene poi nuovamente ricordato nelle Collectorie del 1324 e del 1325 a proposito del versamento per le decime di 22 tarì e 10 grana. Appena sette anni dopo, però, l'istituto monastico sembra avviato ad una profonda ed irreversibile crisi dapprima economica poi di vocazioni monastiche.  Ce lo conferma il fatto che nel 1332 l'abate Luca, successore di Paolo passato a ricoprire la cattedra vescovile di Gallipoli nel 1331, venne esentato dal pagamento della consueta tassa per il servizio comune, cui era tenuto il nuovo eletto, “propter paupertatem”, in quanto cioè la rendita annua dichiarata o presunta del monastero risultò allora inferiore al minimo stabilito, che era di 100 fiorini d'oro de camera.  Lo ribadisce la lettera pontificia del 26 luglio 1396 con cui Bonifacio IX dispose, anche a causa della totale assenza di monaci –  notizia che il papa traeva dalla richiesta presentatagli da Guglielmo, vescovo di Gallipoli, che il monastero fosse incorporato tra i beni della mensa capitolare di Gallipoli.

Bisogna comunque dire che tra il primo terzo e la fine del Trecento il monastero continuò ad ospitare regolarmente una comunità monastica, tant’è che nel 1347 il suo abate Niceforo venne nominato abate di S. Nicola di Càsole dall'arcivescovo di Otranto Giovanni, anche se poi tale provvedimento venne annullato da Clemente VI, e nel 1366 un monaco di S. Salvatore, Niceforo de Stefanitio, divenne abate di S. Nicola de Maliodo, monastero basiliano della diocesi di Squillace. Ma non mancavano certo i monaci nel 1358 quando Innocenzo VI in seguito alla morte dell'abate Simone, successore di Niceforo, provvide a nominare abate di S. Salvatore Andrea, già monaco del monastero basiliano di S. Maria di Talsano in diocesi di Taranto (che in precedenza era stato per qualche tempo abate di S. Nicola di Malegnano in diocesi di Oria, ma essendo la sua elezione avvenuta contro il decreto di riserva pontificia, fu successivamente destituito dal papa), e fece notificare la sua lettera ai “dilectis filiis, conventui monasterii Sancti Salvatoris, Ordinis sancti Basilii, Gallipolitane diocesis”.

A proposito di Andrea, tutto lascia pensare che non prese mai possesso del monastero.  Nella Collectoria del settembre 1373, San Salvatore risulta vacante e difatti pagò nihil, mentre dalla lettera di Gregorio XI del 7 ottobre 1373 sappiamo che la nomina di Nicodemo di Pantaleone, monaco del monastero di S. Vito del Pizzo, ad abate di S. Salvatore, viene disposta facendo riferimento alla vacanza susseguente alla morte di Simone e non già di Andrea, e per di più che anche stavolta la lettera venne notificata al conventui monasterii.

A questo punto, sulla base degli elementi fin qui emersi, si fa strada il dubbio che il vescovo di Gallipoli nel riferire al pontefice sia l'urgenza di poter contare su nuove entrate sia l'effettivo abbandono del monastero da parte dei monaci, abbia di proposito falsato la realtà delle cose nella prospettiva di vedere accolta più facilmente la sua richiesta. Il dubbio diviene certezza quando, 26 anni dopo il provvedimento di Bonifacio IX, vediamo l’abate pro tempore di S. Salvatore, Giovanni Antonelli di Sant’Elia, rivolgere un’accorata supplica  a papa Martino V per far restituire al monastero l’autonomia e la dignità abbaziale, adducendo come motivo principale il fatto che l’annessione decisa da Bonifacio IX il 26 luglio 1396, oltre che risultare dannosa per la stessa sopravvivenza del monastero, fosse stata disposta sulla scorta di una infondata valutazione del presule gallipolino circa la diminuzione e la inadeguatezza del gettito finanziario della mensa del capitolo.

Poco altro c’è da aggiungere. A parte i sette abati già menzionati – nell’ordine Paolo, Luca, Niceforo, Simone, Andrea, Nicodemo e Giovanni – ricordiamo ancora Maximiano Marte e Francesco Camaldari, attestati nel XVI secolo.

Segnaliamo infine che il monastero è registrato nel catasto conciario di Gallipoli del 1751: l'abate commendatario di allora risulta essere “D. Carlo Nicodemi commorante in Roma”.

 

 

Nel «Syllabus Graecarum Membranarum» si possono leggere, nella versione greca e nella traduzione latina, i documenti scomparsi che riguardano S. Mauro.

Dal 1149 al 1227 dette pergamene testimoniano la florida presenza dell'antica abbazia di S. Mauro. Il loro contenuto riferisce di cospicue donazioni a favore della comunità religiosa già esistente sulla collina.

Salomon dominus terrae Aradei, eiusque filii Guglielmus et Henricus monasterio S.Mauri domum donat”: è il maggio del 1149.  Il contratto è stipulato, alla presenza di testimoni, tra il proprietario Salomone, e i suoi figli Guglielmo ed Enrico, e il superiore del monastero di S. Mauro, Gerasimo.  Il corrispettivo della donazione non fu solo il consenso. Il Convento dovette infatti pagare, “a titolo di elemosina”, trecento michelati e un vitello. Giudice e notaio Teodorico.

Nel mese di dicembre del 1167, “Hilario et Angelus filii Nieri se ipsos eorumque bona Gallipoli sita monasterio S. Mauri dicano”.

L’agosto del 1172 segna il passaggio di altri beni alla comunità dei monaci di S. Mauro: “Ioannicus monachus nonnulla boria tum mobilia, tum immobilia monasterio S. Mauri donat”. Il documento presenta molte lacune.  Oltre all'estensione e ai limiti dei beni offerti, reca solo il nome del vescovo di Gallipoli, Teodosio. Dalla storia di Gallipoli del Ravenna si rileva tuttavia che non si trattava di Teodosio, ma di Teodoro.

Ben tre donazioni furono effettuate nel 1203, tra gennaio e febbraio. “Maria filia Iordani, eiusque mater Rametta, et sorores Anna ac Theodata Iacobo priori monasteri S. Mauri praedium donant”.  Segue una pergamena senza data, ma sicuramente dello stesso anno della precedente: “Maria filia Iordani, eiusque mater Rametta, et sorores Anna et Theodata, donat Iacobo priori monasteri S. Mauri quaedam praedia sita in pertinentis Aradei”.

Il capo della comunità religiosa è sempre Giacomo, giudice è ancora Giovanni. Gli stessi nomi ricorrono nella terza donazione dell’anno: “Donata filia defuncti Nicolai Cateci Iacobo priori monasteri S. Mauri partem superiorem et inferiorem suae domus donat”. Anche qui, un corrispettivo, di imprecisata entità, per la sepoltura e i funerali della donante.

Donatio praedii facta Nicodemo praeposto monasteri S. Mauri”: giugno 1208. Con le stesse formule notarili si stipula un altro contratto a favore di S. Mauro.

Il tenore del documento cambia l'ottobre del 1219: “Sentitia contra Sergium lata, qua monasterio S. Mauri certam pecuniae quantitatem quotannis solvere damnatur”.  Per quanto il testo sia lacunoso, si ricava da esso che la somma doveva essere pagata ogni anno, in occasione della festività di S. Mauro.

Nell'agosto del 1227 due coniugi s’impegnano a corrispondere un “census annuus octo solidorum pro lucernarum accensione” per l'affitto di una casa di proprietà del monastero: “Blancus Genuitus (Lanuitus?) et eius S. Mauri se quotannis soluturos solidos octo pro domo, quam ab eodem incolendam acceperant”.

Un’ultima pergamena, concernente S. Mauro, è riportata dal Trinchera nel “Syllabus”. Non reca la data: “Riccardus Martellus donat monasterio S. Mauri nonnullos homines”.

Un documento vaticano del 1325 afferma che "da parecchio tempo Nardò era sede della diocesi abbaziale nullius e perciò Stesso non poteva essere nella diocesi di Gallipoli". Nardò poi dipendeva dall’Arcivescovo di Brindisi per l'amministrazione del sacramento dell'Ordine.  Dal documento Vaticano del 16 aprile 1325 si ricava che Nardò divenne sede vescovile solo dopo 130 anni dalla distruzione di Gallipoli e che l'abbazia di S. Mauro risultava la più ricca tra quelle esistenti nella diocesi.  La colletta che pagò al Collettore Bartolomeo fu di due once e venti tareni, in proporzione alle rendite di cui essa godeva.

In tutti gli atti di donazione l’offerente si obbliga, dinanzi a Dio e agli uomini, di rispettare il contenuto del documento trascritto dal pubblico ufficiale. In caso di inosservanza dei termini del contratto, il donante si assoggetta a una grossa multa fiscale, a beneficio dello stesso convento, e alla maledizione più strana della divinità offesa.

Se alle donazioni ricevute si aggiungono gli acquisti effettuati dai preposti della comunità di S. Mauro, si definisce la notevole importanza  dell'antica abbazia.  Dal Tanzi e dal Barrella (studiosi non testimoni) rileviamo che nel 1576 il territorio dell’Altolido, appartenente a San Mauro, si estendeva per circa due miglia, in gran parte destinato a bosco e a pascolo. I basiliani, però, ebbero periodi di crisi o disgrazia per problemi demografici o di successione. Nel 1497 da un privilegio del re aragonese si evinceva che l'abbazia era senza monaci e con un solo abate: Privilegio di Federico II d'Aragona, dato a Napoli il 19 maggio; S. Mauro "è roynata senza monaci solu’ con lo abate, quale rende circa ducati cento l'anno supplicano a’ loro altezze piacza, et si degneno gratiose quella concedereet donar allo Capitulo, et Clero di detta Città dopo la morte del presente Abbate cu’ sit, (...)". Il riconoscimento regio premiava i gallipolini per la fedeltà durante l'invasione francese.  Nello stesso documento si stabilisce che, nell'assegnazione dei benefici vacanti, si tenga conto del clero di Gallipoli, con esclusione dei forestieri.

Nel 1516, quando giunsero i frati predicatori domenicani, tutti i beni dei basiliani passarono ai monaci di S. Domenico. Nel successivo Diploma, dato a Barcellona il 20 agosto 1519, in occasione dell'incoronazione di Carlo V d'Asburgo re di Spagna e di Napoli, si promette che la chiesa, morto l’abate Palamàdes, sarebbe passata al clero gallipolino. Adriano VI, con un Breve del 31 agosto 1522, conferma il “privilegio” di Carlo V. I beni dell’Abbazia vengono concessi a sei beneficiati del Capitolo della Cattedrale di Gallipoli. Quindi, morto l'ultimo abate e scomparsi i basiliani da Gallipoli, quella chiesa, con terre e proprietà annesse, sarebbe dovuta passare al clero, ma ciò non avvenne mai. Il documento è conservato nell'archivio di Stato di Napoli.

L'abbazia di S. Mauro fu venduta a favore del seminario gallipolino solo nel 1760 e divenne proprietà del cardinale Pignatelli, arcivescovo di Napoli.

Poi con l’unità d'Italia furono messi in vendita i beni ecclesiastici e così il vasto territorio dell'Altolido, compresa l'abbazia bizantina, fu acquistato dal giudice Giuseppe Staiano; attualmente la figlia del nipote dell'acquirente ne detiene la proprietà.

 

Non c’è traccia nell'Archivio episcopale di Gallipoli della Visita di Mons. Pelegro Cibo del 1564, considerata la più antica. Essa è riportata da Bartolomeo Ravenna («Memorie Istoriche della Città di Gallipoli»). Ci sono ancora i manoscritti delle Sante Visite di Mons. Antonio Perez della Lastra (1693) e di Mons. Oronzo Filomarini (13 novembre 1714). In esse si parla di S. Mauro, della sua originaria struttura, dei resti dell'edificio, degli affreschi.

Solo nella seconda metà del secolo XVIII, circa verso il 1760, le rendite del calogerato di S. Mauro passarono definitivamente al Seminario Diocesano di Gallipoli.  Sollecito autore del passaggio di proprietà fu Mons. Serafino Branconi, vescovo della città ionica: “e subito si portò in Napoli per poter ottenere col mezzo di Sua Maestà Napolitana il Beneplacido di Roma per l'Abbadia di S. Mauro, la quale è di vendita per più di quattrocento ducati, acciocché restasse per poter mantenere il Seminario; e di già ottenne e principiò, una si grande fabrica con tutta l'arte e polizia, che in pochi anni fu compita”. Testimone dello zelo del Vescovo è il Patitari, il cui manoscritto si conserva nella biblioteca civica di Gallipoli.

Ancora nella prima metà dell’800, secondo quel che scrive il Ravenna, nella Chiesa di San Mauro “si celebra messa ne’ soli giorni di precetto da qualche sacerdote, che colà espressamente si reca per comodo di coloro che dimorano in quelle vicinanze”.

La presenza di un antro, a lato della chiesetta di S. Mauro, giustifica ancora una leggenda che la gente del luogo e gli scrittori salentini si portano dietro da sempre. È bene riferirla in breve per dare un motivo alla devozione con cui si è guardato spesso alla grotta che si apre sulla collina dell’Altolido.

Le aperture nel terreno sono due o tre, di cui una sola veramente accessibile, e fino a un certo punto.  Si tratta della cavità più ampia e forse più importante, quella della leggenda.  Gran parte di essa è seminterrata.  Al lume di torce, tra migliaia di piccolissimi insetti, che all'interno della grotta e alle pareti della chiesa si uniformano in un panno nero appena in rilievo, si è potuto scorgere qualche frammento di pittura che non basta a stabilire l’effettiva destinazione della cavità.  Al di sopra di essa, all'esterno, e dietro l’Abside, mucchi di pietre rimangono accatastati, ma non sciolgono alcun interrogativo.  Si è provato a scavare con le mani e un mezzo rudimentale: è venuto fuori un muretto di tufo. Al di sotto della terra potrebbero trovarsi i resti dell'antico cenobio; all’interno dell’antro, altri frammenti di pittura, forse i primitivi, rudimentali altari, i giacitoi.

 

 

 

 

CONSIDERAZIONI FINALI

 

 

Se nel Salento si volesse trovare un esempio probante di come non sempre la fortuna critica di un monumento segna anche quella della sua conservazione e manutenzione, la chiesa di San Mauro, nel feudo di Sannicola, è lì che si offre alla constatazione dei fatti. Non che sia mai stata oggetto di studi monografici o particolarmente approfonditi, ma nessuno studioso di arte bizantina o semplicemente di cose salentine, ha potuto evitare un riferimento, un accenno, una citazione e qualche pagina di osservazione.

Non si contano poi gli appelli che intellettuali, conoscitori, appassionati, associazioni, hanno lanciato dalle pagine di giornali e riviste, perché la piccola chiesa, insieme alla vicina e sempre trascurata chiesa di San Salvatore, fosse oggetto di attenzione per un accurato restauro.

Come però succede sempre in queste cose, le competenze, i ruoli e i poteri sono così mal definiti che se nel frattempo il monumento crolla, palazzo Vernazza a Lecce o il duomo di Noto (Ragusa) insegnano, nessuno ne ha colpa.

La Soprintendenza ai BAAAS non può intervenire perché il monumento è proprietà privata, e nessuna legge consente allo stato il restauro di proprietà privata.

La proprietà privata potrebbe avvalersi del contributo dello Stato se però consentisse poi il godimento pubblico del bene culturale, ma non vuole consentire.

Ad un primo approccio, le strutture della chiesa San Mauro nel loro complesso (fondazioni, paramenti murari, pilastri, archi e volte) non mostrano dissesti di particolare gravità, ed il loro stato di conservazione, sotto il profilo statico, può dirsi soddisfacente. Una fessurazione non preoccupante, sull'asse mediano della facciata e del campanile, sembra imputabile alla spinta delle volte.

Seria invece l'alterazione dei paramenti murari perimetrali e dei corrispondenti intonachi interni affrescati per l'umidità ascendente dalle fondazioni, che ha portato, assieme all'abbondante proliferazione di alghe ed a non poche manomissioni, alla quasi totale scomparsa dei cicli figurativi. All’esterno vistosi fenomeni di erosione dei conci - ed in particolare l'alveolizzazione – evidenziano le alterazioni caratteristiche dell'azione combinata degli agenti atmosferici con l'umidità di risalita.

Ulteriori danni si sono pure prodotti per infiltrazioni d'umidità, in particolare perimetralmente al corpo di fabbrica, dal manto di copertura – del tipo detto “astrecu” o “ascicu” – interessato da abbondanti depositi superficiali.

Il pavimento interno, in battuto, appare notevolmente sconvolto e manomesso, particolarmente nella zona presbiteriale, ciò nonostante sono ancora conservati i livelli dei piani di calpestio, più elevati nel presbiterio rispetto alle tre navate.

Dai vani delle porte e finestre sono scomparsi, ovviamente, i serramenti; alcuni vani sono stati murati.

Il portichetto anteriore di cui re stano i muri laterali è un’aggiunta recente come documenta la foto Palombo (circa 1930), mentre l'abside è ancora ben conservata.

Volendo avanzare delle prime e sommarie ipotesi di restauro si può iniziare col dire che, per un risanamento statico, potrebbe bastare la riduzione del carico dei rinfranchi, la ricucitura con imperniazione delle fessurazioni, oltre alla risarcitura di queste ultime.

L’umidità ascendente potrebbe venire adeguatamente intercettata con il taglio meccanico, a livello appena superiore al piano di spiccato, delle murature perimetrali ed inserimento di uno sbarramento orizzontale con resine.

La presenza, all'interno, degli affreschi sconsiglia di sostituire dall'esterno i conci più danneggiati ed erosi con la tecnica del “cuci e scuci”; più idoneo appare invece, per assicurare un’adeguata protezione ai paramenti, il trattamento periodico degli stessi con idrorepellenti, naturalmente reversibili e da scegliere dopo specifiche indagini di laboratorio.

Per impedire ulteriori e future in filtrazioni dal manto di copertura sembra inevitabile il suo rifacimento in perfetta analogia, dopo la collocazione di una guaina impermeabilizzante elastomerica.

Pure il pavimento potrebbe veni re integrato con altro analogo, mentre i nuovi serramenti dovrebbero       assicurare una corretta ventilazione naturale, per non sconvolgere irrimediabilmente l'attuale situazione microclimatica.

 

Per concludere, non sarà superfluo ricordare che i futuri auspicabili interventi non potranno naturalmente prescindere da un accurato rilievo, condotto su basi di massima scientificità, dello stato di conservazione di ogni singolo elemento costitutivo, e che le tecniche di restauro, per assicurare la perfetta conservazione degli affreschi, dovranno preventivamente venire individuate con ogni possibile indagine di laboratorio.

 

 

  

Relazione compilativa sulla Chiesa Bizantina di San Mauro redatta per il Comune di Sannicola (LE) dal

COORDINAMENTO DELLE ASSOCIAZIONI DELLA GRECÌA SALENTINA

 

http://www.geocities.com/enosi_griko

 

 

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BIBLIOGRAFIA

 

 

CARDUCCI L., Storia del Salento. La terra d’Otranto dalle origini ai primi del Cinquecento,Congedo Editore, Galatina, 1984.

 

CASSIANO A., BOZZA R., FALLA CASTELFRANCHI M., Un monumento da salvare: San Mauro presso Gallipoli, Italia Nostra, 1984.

 

ERRICO A., La chiesa di San Mauro, 1988.

 

FONSECA C.D., BRUNO A. R., INGROSSO V., MAROTTA A., Gli insediamenti rupestri medioevali nel basso Salento, Congedo Editore, Galatina, 1979.

 

POSO C.D., Il Salento normanno. Territorio, istituzioni, società, Congedo Editore, Galatina, 1988.

 

SCRIMIERI G., Immagini e storia della chiesa di San Mauro in territorio di Sannicola, in “La Zagaglia” n.37, 1968.

 

 

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